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di Mauro Tedeschi

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11° Puntata

Sì, Celestin lo sapeva, o meglio lo aveva sempre saputo. Afra non voleva quel bambino e non lo voleva per un motivo preciso, si era trattato di un errore, di una tragica fatalità. Il 1963, per quell’uomo mite, era il primo anno da parroco di Acciarino. Altri anni, accadeva che il religioso entrasse in un locale e tutti scattassero in piedi, anche i comunisti più sfegatati. Allora esisteva ancora l’autorità, il mondo procedeva più lento, si poteva girare in bicicletta senza il pericolo di venire investiti alla prima curva, sulla strada del passo. Nel confessionale ne aveva già sentite molte di cose, e cominciava a farsi l’idea che il mondo fosse un po’ diverso da come glielo avevano raccontato. Afra non era tipa da pentirsi di qualcosa ma il giovane prete aveva portato una ventata di novità nel paese, allora ti accoglievano in stazione con una fila di automobili inghirlandate, la parrocchia era una lanterna per le anime accesa anche di giorno. Quella signora piacente, per quanto altera, aveva un peso sulla coscienza che non sapeva con chi condividere.

“Sorella?”

“Ho un bambino piccolo.”

“Che bella cosa…”

“Per me è un problema grande, molto grande.”

“Perché, non sei sposata sorella?”

“Si, ma è proprio questo il problema.”

Celestin giovane sospirò, un’altra grana, un altro pensiero.

“Dimmi, sei stata forse con un altro uomo?”

Silenzio.

“Sì e non una volta sola.”

“E tuo marito?”

“Mio marito, sebbene io non abbia ancora trent’anni, è poco presente.”

“Questo non giustifica… E chi sarebbe il vero padre?”

“Una persona facoltosa, un uomo avanti con l’età che sa farsi voler bene.”

“Tanto bene da farci un figlio?”

“Esatto. Prendevamo delle precauzioni ma è successo…”

Silenzio.

“E tu un figlio lo chiami incidente? Hai altri figli?”

“Una bambina.”

“Cosa vuoi fare tu? L’altro uomo intende riconoscerlo?”

“L’altro uomo non verrà più, è colpa mia, dovevo stare più attenta.”

“Tuo marito sospetta?”

“Mio marito mi detesta oramai, si può dire che siamo separati in casa.”

“Intendi dirglielo?”

“Credo di no, lui è così orgoglioso per quel maschietto.”

“Come può pensare che sia suo?”

“Si illude, qualche volta stiamo ancora insieme, ho pena di lui.”

“Allora, tu cosa vuoi fare?”

“Tirare avanti, e cosa vuole che m’inventi, che mi faccia sbeffeggiare da tutto il paese?”

“Beh, se è questa la tua pena…”

“Ma non è questo il problema.”

“Perché ce ne sono altri, sorella?” Celestin appariva sempre più allibito.

“Ho tentano di soffocarlo…”

“Chi, tuo marito?”

“No, il bambino. Avrei voluto abortire per tempo, ma quell’idiota del medico di famiglia si è precipitato a far sapere a Carlo, mio marito, che ero in cinta. Il piccolo, Nicola lo ha chiamato, per un po’ ha smesso di respirare, poi, da solo, ha ripreso colore.”

“Tu sei pazza, figlia mia. Non uccidere…”

“Si, ma lei deve dirmi qualcosa, signor Parroco. Ha ragione, rischio di diventare matta, sono presa da certe tentazioni…”

Silenzio.

“Allora ascoltami bene…” La voce era perentoria“Se tu farai male al bambino o se dovesse mai accadergli qualcosa, ti svillanerò davanti a tutto il paese. Ti denuncierò ai carabinieri, tu e quell’altro. So bene chi sei, sei Afra la padrona del ‘Paradiso’. Con tutto il vociare che si fa ad Acciarino non ci metterò molto a sapere con chi vai a letto.”

“Ma lei deve mantenere il segreto della confessione.”

“Il bambino deve crescere bene, questo è il solo prezzo del mio silenzio.”

Era un rischio calcolato, certo Celestino avrebbe potuto contattare subito il maresciallo dei carabinieri di allora, o il marito ma quella donna tutto avrebbe accettato, meno il pubblico ludibrio. Quel prezzo, la signora Afra, decise di pagarlo. Il Duca, il vero amore segreto della sua vita, non sarebbe più tornato, era il suo tredicesimo e ultimo anno di permanenza al ‘Paradiso’. Nico avrebbe vissuto da sopportato, dovendo scontare i danni provocati da alcuni minuti senza fiato, il viso coperto da un cuscino di piume colorato. La lingua a volte non faceva il suo dovere e lui dava la colpa al destino, ma il fato aveva un nome e un indirizzo, quello di sua madre…

Ma quanto sono belle le inaugurazioni, persino il sindaco, Pipino, si era abbandonato ad un breve discorso di ringraziamento. Le autorità locali erano tutte presenti, il buffet, infatti, era gratis. Per molti concittadini di Nico quell’albergo per VIP, seppure ‘verdi’, nel bel mezzo di un paese senza arte né parte non poteva essere altro che un fuoco di paglia. L’operaio, divenuto ‘segretario’ sapeva che in cuor loro lo stavano prendendo in giro, ma, d’altro canto, la fila di professori che salutavano uno per uno i cittadini di Acciarino era una tangibile realtà. Vennero anche dalla città e dai paesi vicini a vedere, era come se fosse atterrato un disco volante in un caleidoscopio di luci.

Lo strano modulo di quella scuola prevedeva che gli abitanti del luogo potessero accedere ai corsi serali che il corpo docente aveva predisposto per quella sessione: Economia Solidale, Risorse ed Energie Altenative, Sobrietà e Stili di Vita. Docenti che regalavano un poco del loro tempo rubato alle migliori università europee e americane, un ambiente altamente tecnologico e cablato disegnato intorno ad un albergo termale degli anni cinquanta. Un miracolo di Herma. Inutile dire che tutto il gruppo degli oppositori all’inceneritore aveva trovato il modo di pagare la quota, poco più di un proforma, ed iscriversi.

Anche Nico si iscrisse. Una cosa del genere non sarebbe potuta durare al lungo ma valeva la pena di viverla.Alessia, la moglie separata di lui venne a salutare, era dimagrita e invecchiata. Chiamò da parte il marito e cercò di chiedergli scusa. “State facendo bene, qui…”

“Abbiamo tirato a lucido il locale, adesso aspettiamo gli studenti, se così si possono chiamare è tutta gente che ha già un lavoro, politici, manager ma anche semplici lavoratori. Tipi in gamba.”

“Ce la fai, intendo…sa solo? Sei sicuro che questo paradiso in terra potrà continuare?”

“Sono ancora vivo Alessia, cerco di prendere quello che la vita mi sta regalando, piuttosto i soldi ti bastano?”

“Sì, e te ne ringrazio. So bene che ho sbagliato, Nico, so bene che ho fatto qualcosa di imperdonabile ma puoi venire a casa quando vuoi, hai ancora un sacco di roba.”

“Va bene, passerò, ma non tornerò più con te.”

“Questo lo so.” Abbassò lo sguardo. “Sei un brav’uomo, Nico.” Lo baciò sulla fronte.

“Ma non è stato abbastanza.” Disse tra sé. Così, Acquamen, chiuse il discorso per sempre.

Afra era indaffaratissima con gli ospiti, quei professori così originali erano molto gentili, ogni nome, ogni presentazione doveva imprimerlo nella propria mente, e non solo per deformazione professionale. Suo genero le aveva chiesto una relazione puntuale su quegli hippies fuori tempo massimo. Fin che pagavano, e pagavano bene, lei avrebbe fatto il suo lavoro, anzi il suo doppio lavoro. Le era stato chiesto, in primo luogo, di riportare ogni particolare, anche apparentemente casuale, dove risultasse una assonanza con la parola ‘Kimera’. Questo però non poteva bastare loro, perciò un uomo di Marius, il capo della sicurezza, intrufolatosi tra le autorità locali, aveva fotografato gli ambienti grazie ad una microcamera e nascosto due cimici sotto il tavolo in noce delle riunioni.Quelli della Corporation non temevano gli Stati e i loro apparati, che spesso li proteggevano, non i giornali, che spesso gli appartenevano, né i terroristi che a volte li assecondavano. Temevano la cultura, i pensieri senza mordacchia, l’inventiva senza briglie e senza frontiere, temevano insomma, e come sempre, la libertà.

Quei professori, anzi per meglio dire quei maestri, perché non tutti possedevano una laurea con lode, che si impegnavano ad insegnare ad altri che non c’è vita senza utopia, non c’è storia senza visione, non c’è speranza senza sacrificio, non potevano costituire un problema per i padroni di questo mondo, salvo che per un particolare. Parevano possedere qualcosa per la quale milioni di persone guerreggiavano e morivano a tutte le latitudini del mondo contemporaneo. La chiave di una nuova forma di energia. Che venissero a sfidarli ad Acciarino, i padroni della Geenna, la ritenevano un’opportunità per studiarli da vicino, per capire finalmente se dietro le apparenze poteva celarsi qualche pezzo di realtà…

Da notti e notti, visto che l’estate stava volgendo al termine, Celestino preferiva non dormire. Gli piaceva osservare il cielo stellato, respirare l’aria di montagna prima dell’avvento dell’immondezzaio. Luminaria era così vicina alla vecchia ferriera in via di trasformazione che l’anziano parroco non poteva non accorgersi che da quelle parti stesse accadendo qualcosa. Ogni mercoledì quell’uomo stanco ma dal cuore immenso, si metteva fuori ed aspettava il grande falco nero che turbinava a perpendicolo sopra il cielo stellato, scaricava qualcosa dal verricello e poi proseguiva la sua corsa. Era curioso, Celestino, matto e curioso, aveva già avvisato il maresciallo dei carabinieri del volo settimanale. Questi aveva fatto dei sopralluoghi, però, proprio quella settimana, il volo saltò e il militare non raccolse alcun elemento sospetto. Per il vecchio parroco avvicinarsi era pericoloso, e dalla sua contrada, l’unico percorso praticabile era l’antico sentiero dei minatori. Scendere era possibile, risalire del tutto, prima che facesse giorno, per un tipo acciaccato come lui, quasi impossibile. Poteva mandare qualcun altro, ma aveva capito che i tipi che sorvegliavano il sito non andavano tanto per il sottile, la curiosità era sua, lui doveva soddisfarla.Sarebbe disceso fino a mezza costa, utilizzato un binocolo piuttosto potente e approfittato delle luce delle torce dei sorveglianti per individuare ‘l’obiettivo’ trasbordato dall’elicottero. Celestino avrebbe lasciato un biglietto ad Antonia, la perpetua, nel caso che, come temeva, la risalita fosse stata più difficoltosa del previsto. Se l’alba lo avesse colto allo scoperto si sarebbe nascosto dietro uno dei pini mughi o in uno dei tanti cespugli che intervallavano le pietraie. Non temeva né il caldo né il freddo, il parroco, e oramai, si può dire nemmeno la civetta e la morte.

I suoi passi erano incerti, ma conosceva quel sentiero pietra per pietra, curva dopo curva, si poteva dire che potesse percorrerlo ad occhi chiusi, come un pilota di formula uno il percorso di un gran premio. Il problema erano le gambe, non il percorso. Il cuore batteva forte, ma discese e discese ancora Celestino, ben oltre la distanza che poteva ragionevolmente coprire.

Il sibilo del falco nero si udì di lontano e poi sempre più prossimo. Il vecchio parroco sorrise, non pensava che, ben oltre i settanta anni, avrebbe vissuto anche l’esperienza dell’agente segreto. “Bond, James Bond…” sussurrò tra sé e sé.

Si accucciò su una pietra, la sottile brezza dell’estate gli increspava i capelli radi. Vide l’uccello nero scendere, a nascondere la stella polare, fino quasi fino alla sua altezza. In basso si coglieva lo sciabolare delle torce elettriche di coloro che l’attendevano. L’elicottero doveva utilizzare qualche tipo di silenziatore per il rotore e le turbine perché il rumore non era insopportabile. Le luci del velivolo erano tutte spente, tranne un’alone azzurro che attraversava la cabina. Il primo pilota era bene in vista e per un attimo Celestino ebbe il timore di essere visto, quando si aprì il portellone sul lato dell’elicottero dalla sua parte. Qualcuno agganciò un grosso cilindro ad un verricello ed accese una sorta di fotoelettrica che copriva solo lo spazio necessario a far atterrare quello strano affare. Il vecchio parroco lo seguì con il binocolo. Fu un attimo, per un solo attimo, mentre da terra qualcuno recuperava il cilindro che la luce si posò sopra un simbolo che il vecchio prete, con tutti i suoi acciacchi, conosceva bene. L’aveva visto decine di volte nei reparti di radiologia che frequentava in passato, quando aveva ancora fiducia nella medicina. Era il simbolo internazionale delle radiazioni.

Dai rumori che udì, ebbe l’impressione che quel carico venisse appoggiato su un rimorchio o qualcosa di simile e trasportato più lontano, forse fin dentro le antiche miniere. L’intera operazione non era durata più di dieci minuti, il verricello venne recuperato, il portellone chiuso, poi l’uccello si alzò in verticale fino a sparire alla vista. Celestin provò un senso di grande euforia, bastava aspettare, il giorno giusto e l’ora giusta e li avrebbe messi nel sacco! Già, nel sacco! Pensò di rimanere lì almeno un’altra mezz’ora, che le acque si chetassero e nel silenzio della sera si mise a pregare e mentre pregava si accorse con la coda dell’occhio di non essere solo. A non più di cinquanta centimetri da lui c’era un tipo vestito di nero, seduto, il viso pitturato da qualche tipo di fuliggine. Lo osservava, forse da tempo. Il vecchio prete non ebbe paura, anzi, sorrise.

“Cosa ci fai qui, vecchio?”

“Guardo la luna.”

“Con il binocolo?”

“Tu come faresti?”

“Io non ho tempo per queste cose. Questa sera non avevo voglia di salire fin qui. Mi ci hanno mandato.”

“Come hai fatto a vedermi?”

Gli mostrò una specie di monocolo che nel ramo si chiama visore notturno. Celestino cercò di scorgere una luce dentro i suoi occhi ma non vide nulla, allora cominciò a preoccuparsi.

“Io sono un prete…”

“Lo so.” Gli rispose l’altro, gelido.

A Celestin tornarono in mente le parole del Vangelo: “in Verità, in Verità ti dico, quando eri più giovane ti cingevi da te, e andavi dove volevi; ma quando sarei vecchio, stenderai le mani e un altro ti cingerà e ti condurrà dove non vorrai…”

Quella stessa sera Nico scrisse la prima mail della sua vita. Lo aiutò Andersen, professore di economia no profit, un tipo pacioso che stava preparando la sessione invernale della ‘scuola’. Avevano assunto una cuoca e due camerieri part time, e Andersen li teneva occupati tutti e tre. Il portatile sopra il tavolo delle riunioni rumoreggiava, la ventola doveva avere vissuto tempi migliori. Il professore gli aveva spiegato come doveva scrivere, digitato l’indirizzo [email protected], ed insegnato come inviare la lettera.

“Cara Herma, la scuola sta prendendo vita ed ai primi di ottobre partiranno i corsi residenziali per una trentina di persone, e quelli serali, per una quindicina. Abbiamo già una lunga lista d’attesa. Abbiamo ricevuto i complimenti da tutti per come l’albergo è stato rinnovato, ma il complimento più bello è stato quello di mia madre, che per una volta non ha avuto niente da ridire. So che tu sei lontana e vivi la tua vita ma se un giorno ti capitasse di passare di qui, beh, sarei lieto di trattenerti. Mi rendo conto che forse esagero, ma, me lo hai insegnato tu, a tutti gli uomini deve essere concesso un sogno, e se non ce l’hanno, se lo debbono inventare.”

Forse poteva telefonarle, ma, era sicuro, le parole gli si sarebbero rimaste nella gola. Avvertì una presenza, ad un passo da lui, un respiro calmo. Si volse. Lei non gli lasciò il tempo di scusarsi o di profferire parola, si limitò a dirgli:

“Questo messaggio lo riceverò solo domani, e adesso, cos’hai da dirmi?”

Lui, che era così restio ad aprirsi con tutti, si alzò e l’abbracciò, non seppe dirsi sulle prime se lei fosse calorosa o solo gentile. Aveva un completo blu, molto estivo, generosamente scollato, lo sguardo fiero, come sempre.

“Come mai tu qui, Herma?”

“Ho ricevuto un nuovo incarico dai ragazzi.” Tra loro i professori si chiamavano così.

“Non porterai cattive notizie…”

“No, tutt’altro, ho il compito di attrezzare il salone che usate come magazzino giù, nel seminterrato, per un ospite speciale..:”

“Non credo che questo albergo possa ospitare qualcuno di più speciale di te.”

“Tu dici? E invece ti sbagli, perché qua sotto ospiteremo una Kimera…”

Kimera? Ne sento parlare spesso, non puoi spiegarmi che cosa sia?”

“E’ un segreto, credo il meglio conservato di questo mondo, posso solo assicurarti che nessuno correrà pericolo. Kimera ha un cuore gentile.”

“Roba radioattiva, esperimenti speciali…” Nico appariva scosso.

“In un certo senso, specialissimi, ci occorrono nuovi luoghi dove conservare i nostri segreti.”

“Sopra la scuola, sotto il laboratorio, casa e bottega. Mia madre non sarà contenta.”

“Tua madre verrà adeguatamente ricompensata per il suo silenzio.”

Il silenzio è d’oro, la bobina a sette chilometri di distanza l’indomani sarebbe stata ascoltata e, di conseguenza, presi gli opportuni provvedimenti. Ogni sussurro in quella stanza sarebbe stato rielaborato. Le cimici stavano portando avanti egregiamente il proprio lavoro. La Corporation avrebbe avuto così la possibilità di afferrare i segreti del network del professor Chron e dei suoi accoliti, finalmente.

Non solo quelli, perché Nico, per una volta in vita sua prese l’iniziativa e accarezzò i capelli di lei, con uno sguardo tra il trasognato e il felice. Lui chiuse la porta con la chiave, lei fece per protestare, poi s’illuminò e fece cenno di sì, un sì appena percettibile. Il portatile fu appoggiato con creanza sul pavimento, poi lui le scoprì le spalle, con un gesto che aveva sognato mille volte, lei assecondò i gesti di lui e il tavolo di solido noce, dove si erano tenute decine di riunioni, divenne il loro posto delle fragole. Non fecero sesso, fecero l’amore, come Nico forse non aveva mai fatto. La bruciante fantasia che si fece realtà, Acquamen toccò il cielo con un dito come in una vita può accadere solo poche volte, forse una sola.

Però…

Due potenti colpi sulla porta della camera trentatre risvegliarono Nico che stava sognando e risognando la riunione molto ristretta della sera prima. Chi poteva risvegliarlo a quel modo, con quale diritto? Si infilò i pantaloni alla carlona e aprì la porta di scatto, era Erbavoglio, che avrebbe quasi desiderato nascondersi di fronte al suo sguardo incendiario.

“Cosa vuoi?” l'ex operaio pareva seriamente incavolato.

“C'è un problema serissimo, altrimenti non ti avrei svegliato alle sei del mattino.”

“E quale sarebbe?” I problemi serissimi di Erbavoglio, talvolta erano delle autentiche cazzate.

“E' sparito Celestin.”

“Come è sparito?”

“Nel senso che non si trova più.”

“Non è mica uno spillo, è una persona anziana, sicuri che non si sia allontanato volontariamente?”

“Senti Nico, mi ha chiamato Antonia, gli ha lasciato un biglietto, ha scritto che andava a vedere la luna sulla sentiero dei minatori e non si è fatto più vedere.”

“Ha chiamato i carabinieri?”

“Non ancora, è un vecchio strambo, magari è lì intorno. Lo sai che dorme sempre poco...”

“E' meglio che chiamiamo il maresciallo. Può essere scivolato, può essere in difficoltà.”

I due presero con loro delle corde e si precipitarono verso Luminaria. Strada facendo chiamarono i carabinieri che promisero di arrivare di lì a poco. Antonia li stava aspettando, teneva le mani sui fianchi e tremava per lo stress e la disperazione. Gli mostrò il biglietto, Celestin di certo era sceso per il sentiero, di certo non era risalito.

“Si era messo in mente che di notte facessero strane cose, si improvvisava Marlowe.”

Giù alla Ferriera fervevano i lavori, i due si misero in marcia, era una giornata di cielo coperto, la visibilità non era ottimale. Due carabinieri risalirono dal basso, si incontrarono a metà via ma non vi era traccia del prete. Anche alcuni lavoratori del cantiere si unirono alle ricerche, che si facevano spasmodiche, un tragico sospetto si fece strada nella mente di tutti.

Dopo due ore di ricerche, un operaio cacciò un grido, c'era una pietraia particolarmente scoscesa sul lato sud del monte e vi si poteva scorgere quello che pareva una coperta o uno straccio. Ci misero del tempo ad arrivare sul posto e subito compresero che la vita del vecchio parroco era terminata così, sopra una pietra.

“Era matto, tutto matto” ripetevano gli operai, cosa ci faceva in piena notte in un posto come questo con il binocolo?

“Guardava la luna.” Erbavoglio era sempre inopportuno.

Qualcuno gli rispose: “E non la poteva vedere meglio da casa sua?”

“Ci sono le luci, di qui si vede meglio, anche la volta celeste.”

Il maresciallo rifletteva dall’alto della sua esperienza. No, non poteva essere possibile, il vecchio non era lì per la luna, il vecchio era lì per qualcos'altro. Si era accorto di qualcosa. Tutti gli indizi, nei minimi dettagli portavano a pensare ad una caduta accidentale, accentuata dal buio e dall'età ma il mestiere lo induceva alla prudenza, molta prudenza.

Si udì altissimo il grido di Antonia, su, nella valle mentre l'ambulanza arrivava al cantiere.

I lavoratori si facevano il segno della croce, Nico ed Erbavoglio erano inebetiti, uno dei loro più cari amici era caduto, proprio sul crinale che portava all'inceneritore che odiava tanto. Altri pensieri non erano concessi al momento ma il maresciallo chiamò in disparte l'ex operaio e gli chiese sottovoce: “lei ha mai sentito parlare di elicotteri, voli notturni o cose del genere, da queste parti?”

“No, assolutamente. Perchè?”

“Era una domanda così, il nostro Celestin era strano, ossessionato da questo cantiere. Voi del comitato magari…”

“Il comitato si è sciolto, maresciallo.”

L'ambulanza partì, Erbavoglio e Nico rimasero soli sulla strada.

Acquamen parlò: “Secondo te questi qui sarebbero capaci di uccidere, per mantenere un segreto?”

Erbavoglio era sorpreso ma rispose: “Le Corporation come Genna possiedono veri e propri eserciti privati, non credo che la vita degli altri sia al vertice dei loro pensieri ma non volare di fantasia. Celestin era veramente matto, chissà cosa è venuto a cercare e poi, avessero voluto, avrebbero organizzato una morte più 'naturale'.”

“Non se avesse visto qualcosa che non poteva essere riferito a nessuno.”

“Esageri, Nico, Esageri.”

 

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