Abbiamo ritenuto utile offrire una breve panoramica della STORIA DI CARNIA, tratta dal libro “Paluzza in Carnia” di Alfio Englaro, pubblicato da “Chei di Somavile” nel settembre 2002, come II edizione dell’originario opuscolo divulgativo distribuito dalla Parrocchia di Paluzza nel 1999, in occasione dell’inizio del III millennio dell’era cristiana.

In questa sintesi per Cjargne on line (autorizzata dall’autore) vengono riportati solamente i quadri storici generali che interessano tutta la Carnia, dai quali sono state espunte tutte le testimonianze locali riguardanti specificamente Paluzza e il suo territorio. Chi desiderasse invece il libro integrale, completo di bibliografia, cartine e riproduzioni di documenti, potrà rivolgersi a questo numero telefonico 0433 775591 (Aulo Maieron). Per la recensione del libro, cerca nella sezione "Libri di Carnia" oppure utilizza il motore di ricerca Google presente in Home Page.

STORIA DI
Karn - Cjargne - Carnia

 

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Come Carso, Kärnten (Carinzia) e Carniola (Slovenia), il nome CARNIA deriva probabilmente dalla medesima radice Karn- (roccia) della lingua dei Carno-Celti, il cui vasto territorio era stato denominato dai Romani KARNORUM REGIO (la regione dei Carni).

I Carno-Celti

I Romani

Invasioni barbariche

I Longobardi

I Franchi

Formazione della Patria

La Patria del Friuli

Venezia

I Francesi

Gli Austriaci

Il Regno dei Savoia

Il terzo Reich

La Repubblica Italiana

 

GOTES DI CJARGNE - CARNIA CONTEMPORANEA  (AGGIORNAMENTI)

 

 

 

 

 

I  CARNO - CELTI

  ( 450 a.C. )

 

Verso il X-VII sec. a.C. i paleo-Veneti, chiamati dai Greci “Oi Enetòi, di origine illirica, provenienti dal grande ceppo indoeuropeo,“si stabilirono lungo la parte superiore del mare Adriatico, cacciando gli Euganei, che abitavano tra il mare e le Alpi”: così racconta lo storico latino, il patavino Tito Livio (59 a.C.-17 d.C.), nei suoi “Annales ab Urbe condita”. Ateste (Este) é il loro centro principale.

I Paleo-Veneti (e prima di loro forse anche gli Etruschi) raggiungono e oltrepassano il passo di Monte Croce (Julia Alpes), come testimoniano alcune iscrizioni rinvenute a Würmlach (Gurina?) in Austria. Una seconda antica strada raggiunge Gurina attraverso il Passo Pramosio.

Successivamente altre popolazioni nomadi provenienti sempre dalla Mesopotamia continuano a migrare per secoli verso occidente dirigendosi in parte a sud verso il mare (Grecia e Asia Minore) e in parte a nord, aggirando i Carpazi e diffondendo nel settentrione di Europa. Questo secondo troncone di genti caucasiche o indoeuropee, che i Greci chiamano “Oi Keltòi”, si indica con il nome di Celti.

In questo modo i Celti si distendono su un territorio vastissimo limitato a nord-ovest dall’Oceano Atlantico e a sud dal mare Mediterraneo. Molti di questi Celti poi allungano e si stanziano nell’odierna Spagna, assumendo  il nome di Celt-Iberi (da cui Iberia); coloro che si fermano nelle attuali Francia e Germania vengono dai romani denominati Galli (“…qui ipsorum lingua Celtæ, nostra Galli appellantur”. Giulio Cesare in “De bello gallico”, 1,1).

Questi Galli, diffusisi su un così ampio territorio, vengono via via a distinguersi in varie nazionalità: Galli Taurisci che fondano Torino, Galli Boi che fondano Bologna, Galli Carni che, essendo probabilmente la retroguardia della invasione celtica, occupano l’attuale Svizzera, la Baviera, le Alpi orientali fino al Quarnaro. Successivamente,  pressati dai Germani a loro volta spinti dagli Slavi, i Galli debbono ritirarsi in una zona più ristretta, nella Gallia propriamente detta.

Anche le tribù dei Gallo Carni o Carno-Celti verso il 450 a.C., premuti dunque dai Germani, abbandonano la fertile Baviera e si ritirano nelle zone alpine più disagiate ma più protette: Canton Grigioni, Engadina, Tirolo salisburghese, Stiria, Carinzia, Carniola, monti di Veneto e Trentino. Giungono nell’odierna Carnia molto probabilmente attraverso l’allora sconosciuto (per i romani) Passo del Monte Croce Carnico (“… per saltus ignotæ antea viæ transgressi…” T. Livio, Annales 39,45) e poi scendono fino alla pianura da cui cacciano, oltre il Livenza (“Liquentia flumen”) gli antichi abitatori, i paleo-Veneti o Venetici.

Questi Gallo Carni, o semplicemente Carni, comandati da un Re e da una casta di sacerdoti chiamati Druidi (da druad, sapiente) dopo essersi stabilmente stanziati nell’odierna Carnia e nella pedemontana, si danno alla caccia ed alla pastorizia, spingendo le loro mandrie, nei mesi invernali, fino alla pianura, che lentamente occupano, come testimonia lo storico Strabone (63 a.C.-20 d.C.), che colloca i Carni (“Oi Kàrnoi”) “sopra e di là dei Veneti, presso il Golfo Adriatico, a sud delle Alpi Orientali, fino a Tergeste (oggi Trieste), definita “villaggio carnico” (“…Tergheste komès Karnikès.” In Geografia VII-5,2).

I Carni sanno lavorare in maniera eccellente il ferro, il legno, l’oro, l’argento. Hanno una conoscenza singolare dell’astronomia e osservano un calendario suddiviso in 5 cicli solari, composti da 62 mesi. Credono in una sopravvivenza dopo la morte e ciò è testimoniato dalle loro tombe, dotate di suppellettili e di arnesi propri del defunto. Il culto principale è rivolto a Beleno, il dio solare, fonte della vita, e ad altre divinità minori. Particolari sono i riti propiziatori che avvengono pochi giorni dopo il solstizio d’inverno, quando, per incoraggiare il sole a vincere la gelida stagione, i Carni danzano di notte con le fiaccole attorno alle capanne e invocano raccolti abbondanti. Coltivano anche l’orzo con cui fabbricano la birra.

La leggenda vuole i Carni alti di statura, con una muscolatura plastica e scultorea sotto una pelle rossiccia, carnicina, con capelli e baffi lunghi e biondi, occhi grigio-azzurri. Vestono camicioni a tinte sgargianti e giubbe di pelli di animale, indossano delle “brache” fin sotto il ginocchio e calzano tomaie particolari ricoperte di pelli. Quando si apprestano al combattimento, si coprono il capo con elmi a forma conica ornati di corna, che li fanno apparire ancora più alti.

La necropoli per incinerazione o campo di urne, di Misincinis (da “missi in cinere”, cremati?) di Paularo, squarcia improvvisamente un velo sulla nostra preistoria. Sono 173 le tombe recuperate e ben 800 i reperti che le corredavano, appartenenti a popolazioni autoctone risalenti all’VIII secolo a. C. Secondo una recente ipotesi, queste tribù autoctone potrebbero corrispondere proprio ai proto-Carni, mescolatisi solo successivamente con i Celti invasori e ad essi assimilati e poi con essi confusi. Putroppo questi importantissimi reperti non sono più in loco ma restano custoditi altrove (?).

Un’ascia di bronzo, risalente al X-VII sec. a.C., rinvenuta a Passo Pramosio, attualmente è custodita al Museo Archeologico di Zuglio.

Monete carno-celtiche d’argento sono state rinvenute presso la chiesa di S. Pietro di Carnia, sul Plan da Vincule, risalenti al III secolo a.C.

Inoltre la ricerca su queste antiche popolazioni dei Carni si avvale anche dello studio del linguaggio (residui nella lingua carnica attuale: bâr, broili, grave, troi, cjarogiule, slepe, brût-nuora), dei rituali di origine celtica (lancio notturno delle “cidulines” infuocate beneauguranti, riti propiziatori al dio Beleno, falò della “femenate”…) e della toponomastica (toponimi prediali con un suffisso in –acco come Avosacco, oppure in –icco, come Bonzicco. I toponimi con finale in -ano come Rivignano, sono invece di successiva origine romana). Ad esempio: da “trevs”, gruppo di capanne in una zona cintata, deriva il toponimo di “Trep”; da “gorthu”, canale o recinto, deriva Gorto.  

 

IL DOMINIO  ROMANO

( 115 a.C. -  476 d.C. )

 

Tito Livio negli “Annales” (Libro 39: cap. 22, 45, 54, 55; Libro 40: cap. 34) racconta, seppure con toni agiografici, la conquista romana della Karnorum Regio.

Nel 186 a.C. un forte manipolo di Gallo Carni, composto da 12.000 uomini armati, con  donne e bambini al seguito per un totale di circa 50.000 persone, scende nella pianura, già utilizzata per i pascoli invernali, e fonda un insediamento fortificato (oppidum), Akileja, su un colle a 12 miglia dalla laguna, da localizzarsi oggi verosimilmente presso Medea. Akileja deriva dal carno-celtico “akiljs: profondo“, come profonde sono le acque del vicino fiume, la Natissa, che sfocia nel mare e rende fertili quelle terre, seppure in parte ancora occupate da acquitrini e da  fitte boscaglie: Silva Phætontea, Silva Lupanica e Silva Diomedea.

Il Senato romano però, preoccupato di questa infiltrazione a Nord Est, ordina al pretore delle Gallie Lucio Giulio, di non accettare il fatto compiuto, ma i Gallo Carni fanno resistenza. I romani allora, guidati dal console Claudio Marcello, li attaccano e li respingono distruggendo il loro insediamento fortificato di Akileja.

I Gallo Carni allora inviano la loro protesta a Roma la quale, attraverso Lucio Furio Purpurione, Quinto Minucio e Lucio Manlio Acidino, manda a dire che essi non dovranno più scendere nella pianura, nonostante questa sia ancora disabitata (“sine populatione”) e non occupata dai romani.

Per rafforzare quest’ordine e dare seguito alla propria politica espansionistica, i Romani fondano subito dopo, nel 183 a.C., una colonia proprio “in agrum Gallorum”, non con pieni diritti romani ma solo con diritti latini; una colonia dunque a difesa del fianco Nord-Est dell’Impero, nella parte meridionale della Karnorum Regio (Plinio il Vecchio in “Naturalis Historia” 3,18,126), regione  limitata a est dal Timavo, ad ovest dal Livenza, a nord dalle Alpi e a sud dal mare.

Deputati alla fondazione di questa colonia sono i triumviri Publio Scipione Nasica, Caio Flaminio e Lucio Manlio Acidino. I nuovi coloni,  facendo proprio il nome celtico di Akileja, forse a motivo della forte assonanza con l’aquila romana, chiamano Aquileia la nuova città. Viene subito effettuata la centuriazione: a ciascuno dei 3000 fanti-coloni latini (giunti con le loro numerose famiglie) vengono assegnati 50 jugeri di terra, 100 jugeri ai centurioni e 140 jugeri ai cavalieri. Lo jugero è l’unità di misura romana che corrisponde a mq. 2523,3; la superficie cioè che può essere arata in un giorno da un giogo (jugum) di buoi.

Nel 179 a.C.  un manipolo di 3000 Gallo Carni scende nuovamente in pianura e chiede terre per il pascolo dei propri armenti al Senato romano il quale, per mezzo del console Quinto Fulvio, rifiuta categoricamente.

Nel 171 a.C. il console Caio Cassio Longino devasta i territori dei Gallo Carni e dei Gepidi penetrando nelle loro montagne e di questo fatto si rammarica Cincibilo, re dei Galli transalpini, che manda ambascerie di protesta a Roma.

Allora i Gallo Carni cercano alleanze con i Celti Istriani, coi Gepidi e con i Celti Taurisci, tentando più volte di arginare l’ espansione romana.

Nel 129 a.C. però il console romano Sempronio Tuditano disperde i Gallo Carni ed i loro alleati, che tuttavia non demordono facilmente, avendo trovato nella pianura una fertile terra, adattissima alle proprie necessità.

Roma, avvertendo sempre più il pericolo incombente dei Gallo Carni e volendo accelerare la propria espansione, decide la mossa finale e invia a Nord Est le legioni del console M. Emilio Scauro, che sconfigge definitivamente i Carni nella battaglia del 15 novembre 115 a.C., ne trucida moltissime donne e bambini e ottiene nell’Urbe il trionfo “de Galleis Karneis” (frammento capitolino dei Fasti Triumphales, scoperto nel 1563 e riportato da Fistulario).

In seguito i Carni,  sia per la cruda sconfitta subita sia per la superiore civiltà romana sia forse per un già presente carattere piuttosto remissivo, si sottomettono a Roma e ne accettano le imposizioni ed anche le concessioni. Significative a questo proposito sono le parole di uno dei principali capi Carni, Calgaco, che la leggenda vuole affermasse:- Sono i romani l’unico tra tutti i popoli a concupire, con pari brama, la ricchezza dei ricchi e la povertà dei poveri. Hanno un nemico ricco? Fanno gli avidi. Se è povero, si accontentano della gloria. Rubare, ammazzare, saccheggiare, lo chiamano falsamente ’governare’; e laddove essi creano il deserto, lo chiamano ‘pace’-.

Aquileia nel contempo, con il continuo afflusso di coloni latini meridionali del Sannio e della Sabina, cresce d’importanza, diventa Municipium Romanum nel 90 a.C. in forza della Lex Julia Municipalis ed infine una grande città, crocevia di commerci e di attività artigianali e navali, oltrechè munitissimo presidio militare e principale porto nell’Alto Adriatico.

Gli influssi carnici, per converso, penetrano anche in città, al punto che il dio maggiormente venerato in Aquileja e vero nume tutelare, non è Giove né Mercurio né Minerva, ma Beleno, la divinità carno-celtica, di cui sono state rinvenute ben 54 dediche ed il cui tempio sorge in una precisa località, attualmente nota col significativo nome di “Beligna”. Altre importanti divinità sono rappresentate da Mitra, Iside e Serapide, tutte di origine orientale.

 Sotto Augusto, che suddividerà l’Italia in 11 Regiones, Aquileia diventerà la capitale della X Regio, la più vasta, denominata “Venetiæ et Histria”.

Nei secoli successivi, usi e costumi romani si mescolano lentamente con usi e costumi carnici, si  mescola  sangue  romano e carnico e da questo connubio di due civiltà e due popoli prende lentamente origine una gente nuova, il Popolo Aquileiese o Friulano, che avrà una sua precisa identità verso il 1000. Anche la lingua del vincitore (il latino rustico e popolano) si mescola con la lingua del vinto e nasce una nuova lingua, la aquileiese o friulana, che nei secoli successivi si arricchirà di numerosissimi vocaboli derivati dalla lingua di altri popoli.

Probabilmente solo sparse tribù di Carni restano isolate sui monti e continuano indisturbate una vita di pastorizia e di caccia.

Roma intanto, estendendo continuamente il proprio dominio su altri popoli, ha necessità di strade e di presidi che le difendano. Una di questa strade è la Julia Augusta, che partendo da Aquileia, raggiunge Venzone dove si dirama in due tratte: una verso Santicum (Villacco), l’altra verso la Valle del Bût. Quest’ultima, denominata via Claudia o Carnica, sale fino alla Julia Alpes (Monte Croce), per raggiungere il Noricum (Austria) e la Pannonia (Ungheria). A presidio di questa via, viene fondato (da Giulio Cesare?) nel 50 a.C. circa, su un preesistente villaggio carno-celtico, il “vicus” di Julium Carnicum (Zuglio), che successivamente assumerà sempre maggiore importanza diventando prima “colonia” e poi, nel 33 a.C., “municipium” con pieni diritti romani.

La vasta giurisdizione territoriale (“agro”), di Forum Julium Carnicum sarà limitata a nord dalle Alpi, a est dal fiume Torre, a sud dalle colline moreniche e a ovest comprenderà anche il Cadore. Presso Alleghe, a settentrione del monte Civetta, sono state rinvenute, nel 1938, tre iscrizioni confinarie incise su roccia. La prima fu scoperta sul versante sud-orientale del monte Codai e la seconda sul versante settentrionale; recano il seguente testo: FIN(es)/ BEL(lunatorum) JVL(iensium). La terza iscrizione, su una parete del monte Fernazza, era in due righe ma vi è rimasta una tenue traccia così ricostruita: FIN(es) (I)V  (I.Bellunatorum). La interpretazione di E. Ghislanzoni è univoca: questi territori facevano parte dell’agro di  Forum Julium Carnicum.

I cittadini di Forum Julium Carnicum verranno assegnati alla romana Gens Claudia.

Altri importanti “municipia” sono Julia Concordia Sagittaria (famosa per le sagittæ, frecce) e Forum Julii Transpadanorum (Cividale), i cui “agri” (territori) confinano a nord con quello montagnoso ed esteso di Forum Julium Carnicum.

Nel frattempo la nuova religione, il Cristianesimo, forse portata ad Aquileia  dall’evangelista e apostolo Marco,“interpres Petri” (fondatore anche della comunità cristiana di Alessandria d’Egitto in diretto collegamento commerciale con il porto di Aquileia) comincia ad espandersi e raggiunge, attraverso le vie consolari, anche Julium Carnicum,  dove il culto a Beleno è sempre radicato.

Resta tuttora assai controversa l’annosa questione circa l’evangelizzazione diretta di Aquileja da parte dell’ apostolo Marco,“a Petro missus”, o di un suo discepolo. Tuttavia forti indizi storici, archeologici, teologici, geografici e toponomastici farebbero oggi maggiormente propendere verso una tale suggestiva ipotesi, anche se ancora non possediamo alcun documento storico relativo ai primi due secoli. Il recente lavoro (1998) dello scomparso Gilberto Pressacco ripropone la questione sotto una nuova angolatura finora mai esplorata, quella etno-musicologica, che potrebbe aprire scenari impensati.

Attorno a Zuglio poi sorgono altri villaggi: Sezza, Fielis, Formeaso, Cabia, Priola, Nojaris, Rivo, Naunina, Siajo. La via Claudia o Carnica viene dotata di postazioni di segnalazione e avvistamento, localizzate sui luoghi particolarmente elevati e strategici, in precedenza utilizzati come castellieri da altre popolazioni ed oggi conosciuti come: S. Lorenzo sopra il Bût, S. Floriano di Illegio, S. Pietro di Zuglio, Ognissanti di Sutrio, S. Daniele di Paluzza. Altri castellieri di minore importanza sono: Cjastelat di fronte a Siaio, Gjai di fronte a Cercivento, Fratta a Zovello e Durone a Ligosullo, per segnalazioni tra Val Pontaiba e Val Calda.

Questi posti di avvistamento e di segnalazione, vengono poi fortificati e muniti di presidio militare, soprattutto con l’inizio delle prime invasioni dei Quadi e Marcomanni (167 d.C.). La “Timavensis statio”(Timau) diventa strategica. Reperti importanti:

Zuglio (Julium Carnicum): Foro romano. Museo Archeologico.

Colle Zuca (Invillino): basilica paleocristiana. Mosaici.

Iscrizioni lapidee lungo l’antica strada romana Claudia o Carnica presso M. Croce.  

 

LE INVASIONI BARBARICHE

 ( 410 - 567 )

 

Sotto le prime spallate barbariche e per numerose concause interne, l’Impero Romano comincia a vacillare. Prima i Visigoti (410) e successivamente, attraverso la Julia Alpes, gli Unni di Attila (452) devastano Julium Carnicum, Aquileia e altre città della pianura, assestando durissimi colpi all’Impero Romano che nel 476 crollerà definitivamente. Le isole della laguna veneta intanto si vanno popolando di coloro che fuggono dalla terraferma: sorgono le prime Civitates Venetiarum isolane.

Gli Ostrogoti successivamente (489) dominano il Friuli e la Carnia per 60 anni. Alcuni gotismi sono rimasti nella lingua friulana: agàgn, bearz, làmi, brèe, sedòn, glòve, grampe, rocje.

Durante questi anni, gli Slavi riescono a penetrare dalla Carantania (Alta Carinzia) nelle Valli del Bût, del Degano e del Fella. La improvvisa morte del re Teodorico, di cui si ammira ancora il mausoleo a Ravenna, scatena violente lotte interne al Regno Gotico, delle quali approfitterà l’imperatore d’Oriente, Giustiniano. Costui, avendo deciso di conquistare l’Italia dopo aver sconfitto i Vandali inAfrica, invia i suoi generali, Belisario prima e Narsete poi, i quali pongono fine definitivamante al Regno Gotico in Italia, dando origine alla dominazione Bizantina.

I Bizantini, rafforzano i preesistenti presidi militari romani, da essi  ridenominati “Stratìe”, specialmente lungo le valli di transito, tra cui la valle del Bût, dotandoli di un maggior numero di uomini e mezzi; ripristinano le strade principali (come la via Claudia o Carnica) e ridanno vita ai traffici transalpini. Il poeta dell’epoca, Venanzio Fortunato, autore forse anche dell’inno “Pange lingua”, descriverà a tal proposito la via più breve per raggiungere il mare dalla Gallia, attraverso la Valle della Drava, il passo di M. Croce e la Valle del Bût. Alcune tribù di Goti rimarranno isolate sui monti e daranno ancora noia ai Bizantini fino al 563.

La Chiesa di Aquileia intanto vive uno scisma dottrinario-politico (553), detto dei “Tre capitoli”, originato dall’Imperatore d’Oriente Giustiniano, favorevole al monofisismo (già condannato dal Concilio di Calcedonia nel 451) che riconosce una sola natura in Cristo. Giustiniano pretende di imporre al concilio di Costantinopoli la condanna di tre esponenti della Scuola Antiochena, che invece difendono la primitiva dottrina della doppia natura in Cristo. Contro tale pretesa imperiale, il vescovo aquileiese Macedonio, geloso custode della ortodossia e della fedeltà alla tradizione cristiana, si oppone con energia e va in contrasto col Papa di Roma, Vigilio, che invece approva, seppure costretto, questa sorta di cesaro-papismo bizantino. A Vigilio succede Pelagio I che accetta a sua volta il comportamento dell’Imperatore d’Oriente. Allora Macedonio e il vescovo di Milano, assieme a tutti i vescovi del Nord, si sottraggono alla obbedienza di Roma, accusata di essere succube dell’Imperatore d’Oriente. Su questo scisma dei “Tre Capitoli” poi si innesteranno elementi estranei (politici e localistici) che ne complicheranno e ritarderanno infine la soluzione.

Julium Carnicum intanto diventa sede vescovile ed ha come primo vescovo Januario, ricordato fin dal 490. I carnici hanno quindi come unica guida e riferimento la nascente Chiesa Cristiana che trova però, nella sua diffusione, ancora tenaci resistenze negli usi e nelle tradizioni locali carniche (il dio Beleno, il culto dei morti, i riti propiziatori) maggiormente presenti nei luoghi più lontani e isolati.

Sorgeranno poco più tardi, nei centri più popolosi, le prime comunità cristiane rurali, denominate Plebes (dal latino Plebs: plebe, popolo, da cui poi: Pieve, pievano), che assumeranno progressiva importanza nei secoli successivi, quando diventeranno centri propulsori di cultura e di vita cristiana.

Sicuramente la prima Pieve di Carnia, ed una delle prime del Friuli, è quella di S. Pietro di Zuglio, sorta poco dopo la soppressione della sede episcopale, la cui chiesa cattedrale (= sede della “cattedra” vescovile) diverrà la sede naturale del Preposito della Pieve. La sua stessa intitolazione, S. Pietro, costituirà una affermazione di ortodossia e di romanità in tempi di incombente arianesimo longobardo ed un sicuro sigillo di antichità all’interno del Patriarcato aquileiese.

Successivamente sorgeranno le altre 10 Pievi di Carnia: quella di S. Maria di Gorto, di S. Maria Maddalena di Invillino, di S. Floriano a Illegio, di S. Stefano di Cesclans, di Socchieve, di S. Maria oltre Bût a Tolmezzo, di Verzegnis, di Enemonzo, di Ampezzo, di Forni di Sotto.

La Pieve sarà una entità giuridico-religioso-sociale costituita da un trinomio inscindibile: chiesa, popolo e territorio (Piviere). Vi saranno momenti storici in cui la Carnia verrà addirittura considerata una federazione di Pievi (Universitas Carneæ). Alcune sorgeranno sul luogo di precedenti fortificazioni romane, altre origineranno ex novo in siti particolari. Le più vaste però resteranno quella di S. Maria di Gorto e quella di S. Pietro di Zuglio. 

Quest’ultima sarà matrice di altre Chiese filiali nella Valle del Bût: Paluzza, Sutrio, Piano, Rivalpo-Valle, Cadunea, Cedarchis, Fielis.

Successivamente nei secoli XIII-XIV, quando le Chiese filiali diventeranno progressivamente autonome dalla rispettiva Chiesa matrice, nascerà la Parrocchia che si caratterizzerà per la presenza di: fonte battesimale, cimitero e curato in loco.

Così la Chiesa di S. Daniele di Paluzza ad esempio, divenuta Plebanale verso il 1300, sarà essa stessa matrice per le Chiese di: Ligosullo, Treppo, Rivo, Cleulis e Timau che costituiranno così un’ unica parrocchia fino al 1907. 

 

IL DOMINIO LONGOBARDO

( 568 - 773 )

 

Nel 568 i Winnili, detti poi Langobardi (dal germanico lang-bart, lunga barba) e infine Longobardi,  provenienti dalla Scandinavia e premuti dagli Avari e dai Franchi, giungono in Friuli attraverso il “Pons Sontii”, il ponte romano sull’Isonzo. Essi sono guidati da Alboino ed hanno l’obiettivo di occupare la penisola. Conoscono già l’Italia, avendo combattuto come truppe mercenarie nelle guerre tra i Romani ed i Goti e successivamente a fianco dei Bizantini di Narsete.

 Si tratta di un intero popolo (non più di 200.000 persone) che si sposta con carri e masserizie al seguito ed è organizzato in tribù o famiglie. Non è più la tipica invasione barbarica, ma un originale stanziamento allogeno nell’odierno Friuli.

Qui non incontrano alcuna resistenza perché i Bizantini (che hanno come capitale Ravenna) si sono ritirati sulla costa adriatica e sulle isole della laguna e lo stesso patriarca di Aquileia, Paolo, fugge a Grado con il tesoro della sua Chiesa.

Il Corpus Civitatis Venetiarum della laguna assume sempre maggiore importanza strategica e si avvia a diventare una nuova entità sullo scacchiere nord orientale.

Alboino istituisce un Ducato con capitale Forum Julii, che sostituisce a tutti gli effetti la decaduta Aquileia romana, e nomina Gisulfo primo Duca.

In questo periodo, il nome di Forum Julii verrà lentamente a designare tutto il Ducato (Friuli), mentre la capitale sarà successivamente chiamata Civitas Austriæ (Città ad Oriente) che il friulano abbrevierà in Civitât, da cui poi l’italiano Cividale.

Suddivisi in gruppi non molto numerosi ma militarmente efficienti, i Longobardi dilagano in tutto il Friuli, insediandosi nei castelli abbandonati dai Bizantini: Cormons, Nimis, Osoppo, Artegna, Ragogna, Invillino e Gemona. Il Ducato longobardo del Friuli comprenderà alla fine tutti gli “agri” (territori) dei quattro Municipi romani di Aquileia, Concordia, Forum Julii e Forum Julium Carnicum, tutte le terre cioè situate tra il Livenza ed il Timavo, tra il mare e le Alpi.

Le truppe longobarde proseguono poi la loro marcia e occupano il Veneto, la Lombardia, il Piemonte, la Romagna, la Toscana: viene istituito il Regno Longobardo in Italia con capitale Pavia. Al sud sono fondati i ducati di Spoleto e Benevento. Il Ducato del Friuli, nel contesto del Regno Longobardo, godrà di una speciale autonomia, quasi un piccolo Stato nel grande Stato, raggiungendo una notevole stabilità politica e sociale, prefigurando quello che pochi secoli dopo sarà lo Stato Patriarchino e successivamente il Friuli Storico.

Il vescovo di Zuglio, Massenzio, partecipa nel 576 al Concilio dei vescovi a Grado e nel 589 al Sinodo di Marano.  Successivamente il vescovo zugliese Fidenzio, su sollecitazione dei duchi longobardi, abbandona la cittadina carnica,  inadeguata e scomoda, e pone la sua sede in Civitas Austriæ (Civitât - Cividale), neo-capitale del Friuli.

Nel frattempo, a causa del persistere dello scisma aquileiese dei “Tre Capitoli”, la Pieve di Grado, fedele a Roma ma soggetta ad Aquileia, viene eretta a Patriarcato autonomo: il primo Patriarca di Grado sarà Candidiano nel 606 e questo Patriarcato durerà ininterrottamente fino al 1451, conservando sotto la propria giurisdizione i piccoli vescovadi bizantini fedeli a Roma: Caprulae (Caorle), Heraclea (Eraclea), Torcellum (Torcello), Castellum (Castello), Methamaucus (Malamocco), Rivus Altus (Rialto), Clodia (Chioggia) e Hatria (Adria), tutti situati sulla sottile striscia litoranea che da Grado giunge fino alla foce del Po.

Il Patriarcato di Aquileia in questo periodo raggiunge la massima estensione potendo annoverare ben 24 sedi vescovili suffraganee: le latine Acilum (Asolo), Altinum (Altino), Bellunum (Belluno), Cissa (Rovigno), Concordia (Concordia), Feltria (Feltre), Julium Carnicum (Zuglio), Opitergium (Oderzo), Parentium (Parenzo), Patavium (Padova), Pula (Pola), Tarvisium (Treviso), Tergeste (Trieste), Tridentum (Trento), Verona (Verona), Vicetia (Vicenza); nella Retia secunda: Sabiona (Säben), Augusta (Augsburg); nel Norico: Aguntum (Lienz), Celeja (Celje), Tiburnia (St. Peter im Holz), Virunum (Zollfeld); in Pannonia: Scarabantia (Sopron); nella Slavia: Aemona (Lubiana).

 Nel 699 però lo scisma aquileiese, fondato più che altro su malintesi e vicendevole ostinazione, rientra ed il Patriarca di Aquileia, nel sinodo di Mantova, torna in piena comunione con Roma, pur avendo sempre conservato la sua vasta giurisdizione ecclesiastica.

Da questo momento coesisteranno però anche ufficialmente due Patriarcati: il Patriarcato di Grado (già Pieve soggetta ad Aquileia) con giurisdizione sulle terre costiere bizantine; quello di Aquileia con  giurisdizione sui restanti vasti territori longobardi dell’entroterra.

Intanto alcune tribù di Slavi premono a est e si insediano stabilmente nelle Valli del Natisone.

L’ultimo vescovo zugliese Amatore (732), che risiede sempre in Civitas Austriæ, viene da lì cacciato dal Patriarca di Aquileia Callisto, il quale trasferisce definitivamente la sua residenza patriarcale dalla modesta Cormones (oggi Cormons in provincia di Gorizia) alla fiorente Civitas Austriæ.

Il Duca longobardo Pemmone si oppone però a questo sopruso del Patriarca e lo imprigiona nel castello di Duino, da dove lo vuole gettare in mare (“…indeque eum in mare præcipitare voluit...” Paolo Diacono, H.L., VI, 51). Il re longobardo Liutprando però non approva il comportamento del Duca nei confronti del Patriarca ed interviene liberando l’amico Patriarca Callisto; destituisce poi Pemmone ed assegna il Ducato del Friuli al di lui figlio Ratchis.

La Diocesi di Zuglio (la cui giurisdizione territoriale ricalca l’antico agro romano di Julium Carnicum) viene così soppressa (744 ?), inglobata nella vasta Diocesi di Aquileia e sostituita da una Prepositura. Al Preposito, che è coadiuvato da un Capitolo di otto Canonici, viene riconosciuto il diritto di tenere tribunale per le controversie ecclesiastiche (diritto di plàcito), la vigilanza sul clero dipendente ed i benefici speciali ed il privilegio di portare la mitria nelle grandi solennità.

I Longobardi, convertitisi nel frattempo dall’arianesimo al cattolicesimo tramite la regina Teodolinda, rafforzano i presidi lungo la strada del Monte Croce, istituendo le Arimannie (Sezza, Fielis, Sutrio, Cercivento, Rivo, Casteons, Siaio, Durone), che sono dei piccoli presidi misti o colonie, affidate ad un “arimanno” (in longobardo: uomo libero, uomo dell’esercito) e costituite da personale militare e civile, raggruppato in famiglie (Fare), dipendenti direttamente dal Duca.

Sul colle di S. Daniele a Casteons viene probabilmente eretto un castello arimannico (di cui esisterebbero tracce sotto l’intonaco del campanile) a controllare il piccolo valico obbligato che scavalca il colle.

A coloro che restano nelle Arimannie con le famiglie (exercitales, soldati “tuttofare”), viene concessa la “terra fiscale” da coltivare e con cui sopravvivere. L’unità di misura è il “manso” (superficie di terreno che una famiglia di coloni può coltivare annualmente con una coppia di buoi o con un solo aratro).

Grande personalità di questo periodo è Paolo Diacono, autore della “Historia Langobardorum” (H.L.) e di vari inni sacri tra cui quello dedicato a S. Giovanni Battista, dal quale Guitone d’Arezzo trarrà poi il nome delle note musicali (Ut quaeant laxis, Resonare fibris, Mira gestorum, Famuli tuorum, Solve polluti, Labii reatum, S.Iohannes. Amen).

A Paluzza, in località Pontaiba (?), nel 1885 sono stati rinvenuti reperti sepolcrali risalenti al sec. VII attualmente custoditi altrove (?).

 Sono stati recentemente ritrovati numerosi reperti: orecchini e fibule a Forni di Sotto; orecchini di bronzo a Clavais; anelli di bronzo, pugnali e balsamari ad Ampezzo. In località Gjai (“bosco bandito” in longobardo) presso Cercivento fu ritrovato uno scheletro molto lungo, rivolto verso levante con il cranio appoggiato ad una grossa pietra. Inglobati in alcuni muri della Chiesa di S. Pietro di Carnia sono tuttora visibili frammenti di scultura-architettura longobarda.

Numerose le parole carniche di origine longobarda: braide, bleon, cort, flap, ruspi, breit, stink, sbregâ, sbisijâ, fodre, sfilzade, grife, garp, ganf, crâsule, scae, sgarfâ, slapagnâ, strac, farc, patèle.

 

 

 

IL DOMINIO  FRANCO

( 773 - 952 )

 

Ma i re Longobardi, Astolfo e Desiderio, vanno ben presto in contrasto politico con il Papa, il quale chiama in soccorso i Franchi di Carlo Magno che nel 773 assedia Pavia e sconfigge definitivamente i Longobardi, proclamandosi loro re: si interrompe così bruscamente e violentemente un lento processo storico di identificazione nazionale friulana.

Il 25 dicembre 800 il papa Leone III, nell’ antica basilica di S. Pietro in Roma, consacrerà Carlo Magno Imperatore del Sacrum Romanum Imperium.

Per il Friuli e la Carnia non cambia nulla, se non il padrone, poiché nel frattempo longobardi e locali si sono ulteriormente mescolati e vivono in pace e gli ordinamenti sociali restano immutati. I Duchi longobardi vengono sostituiti dai Marchesi e dai Conti franchi.

Carlo Magno, dopo aver eretto Salisburgo nel 798 a sede metropolitica per le terre settentrionali finora soggette ad Aquileia, nel 811 fissa sul fiume Drava il nuovo confine tra la giurisdizione di Salisburgo e il patriarcato di Aquileia, nonostante la contrarietà del patriarca aquileiese Orso I, che rivendica anche la Carinzia. Questa rideterminazione carolingia dei confini territoriali del Patriarcato durerà poi ininterrottamente fino alla sua soppressione, che avverrà nel 1751.

Nell’888 termina la dinastia carolingia e il Regno d’Italia dei Franchi cade nel caos. Allora Berengario, marchese del Friuli, tenta con tutti i mezzi di unificare il Regno, ma non ci riesce e viene dapprima sconfitto e, dopo alterne vicende, viene ucciso in una chiesa di Verona nel 924.

Del dominio Franco residuano solamente alcune parole: gargàt, blave, sbrovâ, gratâ, pagnòche, masànc, vuàite, manèce, bugàde, fanèle, uere.

Subito dopo (899-942) il Friuli della Bassa viene più volte invaso dagli Ungari, bande di predoni di origine uralica, provenienti dalla regione danubiana, che distruggono e razziano tutto, accreditandosi una fama peggiore degli Unni di Attila. Moltissimi documenti e codici antichi vanno persi o sono distrutti. Tutta la pianura interessata da queste scorrerie verrà denominata (per una errata lettura di “…vel strata Hungarorum”) “Vastata Hungarorum” (devastata dagli Ungari), e la via attraverso la quale giungono questi Ungari, la Stradalta, sarà nominata proprio “Strata Hungarorum”. Il Friuli, devastato e spopolato, viene assoggettato alla Marca di Verona diventando una semplice Contea, priva di peso politico ed economico.

Il Corpus Civitatis Venetiarum della laguna cresce ancora d’importanza e aumenta di popolazione.

La Carnia, povera e fuori mano, viene fortunatamente risparmiata da questi saccheggi e uccisioni, ed anzi conoscerà una ripresa dei traffici ed un incremento demografico. Attorno al 1000 verranno creati la Gastaldìa (Giurisdizione civile) e i 2 Arcidiaconati (Giurisdizione ecclesiastica): quello di Gorto (sottoposto all’Abbazia di Moggio) e quello della Carnia.

Sorgeranno le ultime Pievi: Verzegnis, Enemonzo e Ampezzo che, ergendosi in mezzo ai villaggi, e non più su colli fortificati, saranno testimoni di una vita più tranquilla. In questo periodo si vengono meglio configurando anche i territori (Pivieri) di queste Pievi, attraverso l’imposizione ai “plebesani” dell’obbligo di versare la decima parte dei propri redditi alla propria Pieve (una tassa cioè del 10%). Un quarto di questa decima, il quartese, è riservato direttamente al pievano; il restante spetta al vescovo ed in parte è devoluto per opere assistenziali e di culto. Questa tassa, introdotta dal Re dei Franchi, Pipino il Breve verso la metà dell’ VIII secolo, sarà per molti secoli l’unica ad essere prelevata con una certa regolarità in tutta l’Europa occidentale e permetterà in Carnia un’affidabile censimento dei fedeli di ogni Pieve, che resterà il punto di riferimento principale nella vita del tempo: battesimi, sepolture e liturgie avverranno infatti esclusivamente presso la Pieve.

La Ecclesia Mater di Aquileia, in assenza di un potere civile adeguato ed efficiente, vigila ed esercita concrete funzioni di supplenza.                        

 

 

 

FORMAZIONE DELLA PATRIA

( 967 – 1077 )

 

L’imperatore di Germania Ottone I, incoronato dal Papa in S. Pietro nel 962, ha intanto sostituito in Italia i Franchi in una specie di “translatio imperii” (trasferimento del comando), dando origine al “Sacrum Romanum Imperium Nationis Germanicæ” che dominerà la storia di tutto il Medio Evo europeo. Egli riesce finalmente a sconfiggere definitivamente gli Ungari ad Augsburg e comincia a pensare di risolvere il grosso problema dell’indifeso Friuli (importantissima cerniera tra il Nord e l’Italia e terra di passaggio di troppe invasioni), che ha come unico referente il Patriarca di Aquileia, la sola autorità credibile rimasta.

Così l’imperatore Ottone I nel 967, imitando precedenti donazioni di Carlo Magno, Lodovico il Pio, Lotario e Berengario, con una solenne investitura, mette nelle mani del Patriarca di Aquileia, Rodoaldo, tutta la terra friulana compresa tra la Stradalta e il mare, che viene nel frattempo ripopolata anche da coloni slavi.

Anche Ottone II e Ottone III affidano al Patriarca aquileiese ulteriori territori in amministrazione diretta, così che attorno al 1000 i territori del Patriarca sono di gran lunga più estesi di quelli del Conte di Gorizia, vassallo dell’Imperatore. Questa  è dunque la politica degli imperatori tedeschi: affidare le giurisdizioni feudali all’ uomo di Chiesa, piuttosto che ad un civile, per evitare che diventino ereditarie. Ciò costituirà una novità ma nel contempo anche un grave limite che rappresenterà l’intrinseca debolezza dello Stato patriarchino prima e impedirà poi la stabilizzazione di un futuro vero Stato friulano.

Nel 1027 l’imperatore Corrado II stabilisce assieme al Patriarca Popone che i territori del Patriarcato non dipendano civilmente più in alcuna maniera dal  Conte di Gorizia o dai Marchesi ma direttamente dal Patriarca, il quale diviene così feudatario di primo grado, che dipende solo e direttamente dall’Imperatore.

Nella primavera del 1077 l’imperatore Enrico IV è di ritorno dal castello di Matilde di Canossa dove ha fatto atto di sottomissione al papa Gregorio VII che lo aveva scomunicato per motivi politici (inizia qui il periodo della lotta per le investiture: da una parte l’Imperatore che si arroga il diritto di investitura per principi e vescovi, dall’altra il Papa che sancisce la sua supremazia spirituale con il “Dictatus Papæ”).

Enrico IV è stato nel frattempo abbandonato dal Duca di Carinzia e dal Conte di Gorizia, suoi feudatari, che gli si sono ribellati ed hanno sbarrato i principali passi alpini. Il Patriarca di Aquileia, Sigeardo, rimastogli sempre politicamente fedele e che in precedenza aveva già ri-comunicato Enrico IV in Aquileia anche senza il “placet” del papa, gli va incontro e lo scorta con le proprie truppe fino al passo di Monte Croce, l’unico rimasto libero.

 Enrico IV il 3 aprile 1077 (con Diploma emesso in Pavia) proclama il patriarca Sigeardo “Princeps Italiae et Imperii” istituendo così ufficialmente la Patria del Friuli, che conierà propria moneta ed avrà proprie truppe, vero stato temporale del Patriarca di Aquileia, non soggetto a nessun’ altra autorità civile.

Nel frattempo il Corpus Civitatis Venetiarum è diventato una grande e strategica città: Venezia.  

 

 

 

LA PATRIA DEL FRIULI

( 1077 - 1420 )

 

Il Friuli e la Carnia non hanno parte alcuna nella storia italiana medioevale, dei Comuni e delle Signorie, le cui note vicissitudini occupano tutto il Medio Evo. 

In questo periodo, il Friuli e la Carnia costituiscono lo Stato Patriarchino Aquileiese. Sorto ufficialmente nel 1077 come Patria del Friuli per opera dell’imperatore tedesco Enrico IV, esso presenta i caratteri di uno stato feudale di stampo germanico, a capo del quale vi è un Principe-Vescovo, il Patriarca di Aquileia.

Questi, dal punto di vista politico (in temporalibus), è ghibellino e direttamente legato all’Imperatore tedesco, come vassallo, mediante l’investitura feudale con la spada, che avviene in Civitas Austriæ-Cividale.

Dal punto di vista ecclesiastico (in spiritualibus) dipende invece dal Papa di Roma, che lo consacra, tramite un Legato Pontificio, con l’imposizione del pallio, cerimonia che si svolge nella basilica di Aquileia. Questa duplicità di legittimazione dell’autorità sarà anche per il Patriarcato una delle principali cause delle continue lotte per le investiture che vedranno gli imperiali da un lato e gli alleati del papa dall’altro.

Il primo periodo dello Stato Patriarchino (1077-1251), sarà caratterizzato da una politica nettamente ghibellina, con patriarchi tedeschi di assoluta fedeltà imperiale, e sarà il periodo di maggiore splendore e di relativo benessere per il Friuli e la Carnia, che si identificheranno nella Patria del Friuli.

Il secondo periodo (1251-1420), quello dei patriarchi guelfi, di origine generalmente italiana, fautori di una politica di alleanze diverse, di lento distacco dall’Imperatore e di allineamento alla politica papalina, rappresenterà il periodo del progressivo svilimento del Patriarcato, che inizierà così la propria parabola discendente. Uniche due eccezioni in questo periodo sono rappresentate dal patriarca francese Bertrando di S. Geniès e da quello tedesco Marquardo di Randek, i quali cercheranno di difendere e consolidare ancora l’autonomia dello Stato Patriarchino dalle mire veneziane e papali, oltre che da quelle dei conti tedeschi.

La Chiesa o Patriarcato di Aquileia, specialmente dopo la ricomposizione dello scisma dei “Tre Capitoli”, si ritiene una Chiesa apostolica e primaziale, al pari di quella romana. “Apostolica” in quanto fondata direttamente da un apostolo, Marco, che, secondo la tradizione, qui avrebbe addirittura scritto il suo Vangelo; “primaziale e metropolita” (dal greco: metèr-polis, città-madre) in quanto conta un numero elevato di diocesi suffraganee (dipendenti): 17 nella sola Langobardia, senza considerare la Pannonia, il Norico e l’Illirico.

La sua giurisdizione ecclesiastica (in spiritualibus) comprende infatti a Est la Slovenia e l’Istria, a Nord la Carinzia e parte del Tirolo, a Sud-Ovest giunge fino al lago di Garda e a Mantova mentre a Nord-Ovest comprende anche il vescovado di Como.

Il Patriarca di Aquileia, unico in tutto l’Occidente, non scenderà mai a Roma a rendere omaggio al papa “ad limina Petri” come tutti gli altri vescovi; non sarà mai cardinale di Roma e quindi membro della Corte papale, eccetto che nell’ultimo periodo dei patriarchi veneziani, che invece ambiranno a quel titolo; userà sempre il “nos majestatis”ed il suo appellativo sarà “Sua Celsitudine”;  al Concilio di Lione del 1245 il Patriarca di Aquileia, Bertoldo di Andechs, pretenderà una cattedra uguale al Papa per sottolineare l’origine apostolica anche della sua Chiesa.

Inizialmente il Patriarca viene eletto dal “Clerus populusque aquilejensis” e Roma si limita alla concessione del Pallio (lunga stola bianca ornata di sei croci). Successivamente Roma formula la teoria della “confirmatio” (spetta cioè al Papa confermare o no l’avvenuta elezione); poi esprime la “riserva” (spetta al Papa provvedere alla sede vacante se l’elezione canonica del patriarca è inficiata da qualche vizio); poi avoca a sé la “consecratio” (è il Papa che consacra il Patriarca).

Lo Stato Patriarchino durerà ben 343 anni, durante i quali la Carnia conoscerà un periodo di discreta autonomia e indipendenza. Il Parlamento della Patria o “Colloquium Generale” (che si riunisce al bisogno di volta in volta nei centri più importanti della Patria) è il massimo organo consultivo-deliberativo del Patriarca, in cui sono rappresentate le tre classi: nobili (30 membri), clero (14) e comunità locali (16). I contadini o servi di masnàda (sotàns) non hanno alcun diritto o rappresentanza.

La Carnia vi è rappresentata dal Preposito di S. Pietro, dal Gastaldo (dal longobardo Gast-ald, amministratore dei beni del sovrano) della Magnifica Comunità della Terra di Tolmezzo, da cui dipende quasi tutta la Carnia, e dall’abate di Moggio, che ha giurisdizione anche sulla pieve di Gorto di Ovaro, da cui dipendono le chiese di Zovello e Cercivento, unica nella Valle del But a non fare parte del Capitolo di S. Pietro.

Il latino ecclesiastico è la lingua ufficiale per ogni documento ed atto pubblico; il tedesco è l’idioma delle classi altolocate e della corte del Principe-Vescovo. Il friulano (con tutte le sue varianti locali), pur iniziando in questo periodo ad avere dignità letteraria, è l’espressione del popolo e si arricchisce di tedeschismi: gàtar, rincjn, daspâ, flic, bìsches, vignarûl, ràine, ròne, sterz, bêz, gosse. Tedeschizzati saranno anche i nomi delle maggiori città: Weiden (Udin), Aglaar (Aquilee), Klemaun (Glemone), Peitscheldorf (Vençon), Österich (Civitât), Schönfeld (Tumieç).

Ogni comunità locale intrattiene rapporti peculiari con l’autorità del Patriarca il quale concede ampi e diversi spazi di autonomia in relazione alla situazione geo-politica locale. Il Patriarca governa civilmente mediante un Luogotenente, dimorante a Udine; Gastaldi (come a Tolmezzo, Cividale e Fagagna); Capitani, nei Quartieri; Gismani (dal tedesco Dienst-mann, uomo di servizio, ministeriale) dislocati nei castelli e fortificazioni lontani (Ognissanti a Sutrio, Moscardo a Paluzza ecc.). Quest’ultimi hanno l’obbligo di vassallaggio nei confronti del Patriarca e di fornire ognuno, in tempo di guerra, tre uomini armati a cavallo.

Gli abitanti dei vari villaggi si organizzano in Vicinìa (dal latino “vicus” villaggio o paese, da cui “vicilla” piccolo paese, che poi si contrae in “villa”). Essa è un’ aggregazione di più nuclei familiari, a capo dei quali viene eletto annualmente un capofamiglia, che assume l’appellativo di Merìga (o Degano-Dean), il quale presiede l’ assemblea (Arengo) ogni volta che se ne ravvisi la necessità. Si eleggono anche due Giurati che hanno il compito di coadiuvare il Meriga; si scelgono pure l’ ”Armentarius” ed il “Porcarius” cui viene affidata l’incombenza di vigilare le comuni greggi e le mandrie al pascolo: da qui nascerà poi la consuetudine del ”ròdul”.

Le Vicinie concorrono a formare il Quartiere, presieduto dal Capitano, eletto dai Merighi delle varie Vicinie adunati in assemblea di Quartiere (Comandària). Ogni Quartiere mantiene delle Cèrnide (milizie armate locali) che insieme formano un battaglione di 500 soldati archibugieri, con lo specifico obbligo di difendere i 13 passi della Carnia, tra cui M. Croce e Promosio. Tali istituzioni dureranno immutate fino all’avvento napoleonico.

Lo Stato Patriarchino cesserà di esistere nel 1420 per opera della Repubblica Veneta, che mal ne sopporta la concorrenzialità economica e politica. Venezia, dopo decennali provocazioni e con il tacito appoggio del Papato, sfruttando abilmente le discordie tra i nobili friulani ed alleandosi anzi con alcuni di essi (i Savorgnan di Udine), occuperà “manu militari” tutto il Friuli in poche settimane in una guerra di efferata crudeltà, approfittando anche dell’assenza del Patriarca, Lodovico di Tech, recatosi in Ungheria a cercare aiuti. Vano sarà ogni suo successivo tentativo militare di riconquistare la Patria del Friuli, caduta definitivamente nelle mani di Venezia.

Il 4 giugno 1420 Udine sarà costretta alla resa incondizionata alle truppe veneziane e a sborsare ben 30.000 ducati  per evitare il saccheggio (Marin Sanudo). Il ducato è una moneta d’oro puro, coniata a Venezia fin dal 1284; pesa gr 3,55; nel sec. XVI prenderà il nome di zecchino e sarà moneta corrente in Europa fino al 1797.

Anche la Carnia, temendo il peggio, il 16 luglio 1420, attraverso un’ambasceria di Simone Lotorio quondam (= fu) Candido e Alessio quondam Abramo, farà “supplichevole atto di dedizione e di sottomissione” alla Repubblica Veneta, il cui Senato, il 9 settembre 1420, dichiarerà:“Quello che abbiamo fatto contro la Patria lo abbiamo fatto soltanto per assicurare il nostro Stato...”.

Venezia soggiogherà così e provincializzerà il Friuli e la Carnia e li inserirà nel contesto italiano, dopo quasi 400 anni di singolare germanizzazione temperata sempre dalla latinitas della Chiesa cattolica.

Questo periodo patriarchino ha registrato momenti turbolenti e violenti, ma ha offerto alle varie comunità locali interessanti spunti di iniziale democrazia e di reale autonomia, assolutamente sconosciuti nel resto d’Italia.

Il Patriarcato di Aquileia, ridotto grandemente anche nella sua giurisdizione episcopale, continuerà la sua attività esclusivamente ecclesiastica (in spiritualibus) per altri 331 anni, con patriarchi esclusivamente veneziani, fino al 1751, quando il Patriarcato di Aquileia verrà definitivamente soppresso. 

 

 

 

IL DOMINIO DI VENEZIA

( 1420 - 1797 )

 

Il dominio della Serenissima dura 376 anni, durante i quali Venezia accresce la sua importanza, diventando una delle grandi potenze europee, sotto l’egida del leone di S. Marco. Nell’828 le spoglie dell’evangelista, trafugate dai veneziani da Alessandria d’Egitto, erano state traslate a Venezia, che era alla ricerca di un prestigioso sigillo storico-religioso. Da allora S. Marco verrà dunque ricordato più come tardivo protettore di Venezia che come probabile evangelizzatore di Aquileia.

Nel 1451 il papa Nicolò V, su insistenti pressioni di Venezia, sopprime la sede patriarcale di Grado (rimasta sempre fedele a Roma anche nel periodo dello scisma aquileiese dei ”Tre Capitoli”) e trasferisce il titolo di Patriarca al Vescovo di Venezia, che finora è stato suffraganeo di quello di Grado. Il veneziano Lorenzo Giustiniani nel 1456 è così il primo Patriarca di Venezia e tale titolo è ancora oggi  prerogativa del Vescovo di Venezia.

Nel contempo, il titolo di Patriarca di Aquileia è da questo momento, e fino al  1751, esclusivo appannaggio delle grandi famiglie patrizie veneziane (Grimani, Barbaro, Gradenigo, Delfino) le quali, mediante la nomina di un parente coadiutore con diritto di successione, lo tramandano da zio a nipote o da fratello a fratello, come fosse una privata questione di famiglia, tant’è che alcuni canonisti odierni sostengono che le nomine dei Patriarchi, effettuate dopo il Concilio di Trento (1545-63), potrebbero essere considerate quasi tutte invalide o illegali. Il Patriarcato di Aquileia tuttavia, nonostante il suo drastico ridimensionamento temporale ed ecclesiastico del 1420, continua a rappresentare, con la sua pretesa “apostolica e primaziale”, un problema per la Curia Romana. Aquileia possiede infatti una liturgia diversa, una croce diversa, una disciplina canonica diversa, una pronuncia dogmatica particolare (il “Credo” o “Simbolo” aquilejese), una giurisdizione “universale” su diocesi suffraganee latine, tedesche e slave.

Lo smantellamento del Patriarcato di Aquileia inizia concretamente nel 1596 quando viene soppresso il rito liturgico aquileiese (sostituito da quello romano) e si concluderà nel 1751 quando, su insistenti pressioni della Casa d’Austria e di Venezia, verrà definitivamente soppresso, anche dal punto di vista ecclesiastico. L’ultimo Patriarca, il veneziano Daniele Delfino o Dolfin, sarà inspiegabilmente remissivo e, senza troppa convinzione, scongiurerà il Papa di evitare la soppressione della Chiesa di Aquileia. Dopo aver minacciato di ritirarsi nella sua casa privata di Venezia (“Abbiamo casa in Venezia, se non ci vogliono ad Aquileia”), accetterà come contropartita, nel 1747, la berretta cardinalizia “ad personam”, divenendo così solo Arcivescovo di Udine, dove morirà il 13 marzo 1762.

Con la Bolla Papale “Injuncta nobis” del 6 luglio 1751, Benedetto XIV sopprime il Patriarcato e istituisce due Arcivescovadi di pari dignità episcopale: quello  di Gorizia, formalmente eretto il 18 aprile 1752, (con le diocesi suffraganee di: Como, Pedena, Trento e Trieste) e quello di Udine, ufficialmente istituito il 16 gennaio 1753, (con le diocesi suffraganee di: Feltre, Belluno, Capodistria, Ceneda(= Vittorio Veneto), Cittanova, Concordia, Padova, Parenzo, Pola, Treviso, Verona e Vicenza). L’Arcivescovado di Gorizia resta sotto la giurisdizione civile dell’Imperatore d’Austria, quello di Udine sotto il dominio di Venezia.

In questo periodo il Dominio veneziano in Carnia è caratterizzato da un esclusivo e sistematico sfruttamento del territorio e delle foreste a beneficio dell’Arsenale (ben 47 i boschi carnici “banditi”, detti anche “Boschi di S. Marco” e poi in epoca moderna “Consorzio Boschi Carnici”) e dall’imposizione di pesanti tasse, per ben 4.500 ducati annui, sui commerci e sulla fluitazione del legname.

Solo scarse contropartite verranno concesse ai carnici, costituite per lo più da piccoli privilegi localistici e dal mantenimento dei cosiddetti usi civici o proprietà collettive (alcuni pascoli, taluni boschi, tratti di corsi d’acqua), riservati esclusivamente al godimento degli abitanti “originari” della Vicinia e che saranno sempre causa di continue lotte e controversie tra villaggio e villaggio, anticipatrici e fautrici di quell’ individualismo e isolazionismo che caratterizzeranno la Carnia fino al XX secolo.

Saranno molte ma vane le proteste della Carnia, i cui uomini più intraprendenti e meno ricchi prenderanno le strade del Nord per attività di piccolo commercio ambulante (i cramârs , dal tedesco Krämer, merciaio) o per impiantarvi successivamente botteghe di assoluto prestigio, magari dopo aver “tedeschizzato” il proprio cognome (Morassi in Morasch, Moro in Mohr, De Rivo in Von Bach ecc.).

I cramârs dell’ Alto Bût e di Paluzza in particolare, con la loro “crame” o “crasigne” (basto in legno provvisto di spallacci, per il trasporto sulla schiena della mercanzia), approdano principalmente in: Austria (15%); Ungheria, Moravia, Polonia (18%); Germania (56%); Patria del Friuli (2%). Alla partenza o durante il passaggio, sostano per una preghiera nella chiesa di S. Maria di Paluzza, dove incidono il loro “logo” sul muro dietro l’altare ligneo, che ancora oggi esibisce decine di questi graffiti. Quelli dell’ Alto Bût commerciano soprattutto in stoffe, provenienti dal porto di Venezia, che essi acquistano in Patria tramite grossisti e negozianti locali. Questi cramârs spesso invieranno doni preziosi alle loro chiese d’origine e, ipiù fortunati, si faranno costruire delle belle case in Paluzza, sul cui portale spicca ancora oggi il loro simbolo. Questa necessaria migrazione stagionale verso la Mittel Europa (i cramârs rientrano solo per la fienagione nei mesi estivi), mette a dura prova questi uomini che in alcuni Paesi europei vengono considerati imbroglioni e traffichini, assimilabili ai “vu’ cumprà” odierni.

I cramârs vengono a contatto con la nascente Riforma protestante luterana, che a partire dal 1520, si diffonde nelle regioni tedesche, sostituendosi lentamente alla confessione cattolica. Questi stessi cramârs, al loro periodico ritorno in Carnia, porteranno queste nuove idee religiose, le quali, dopo una prima limitata tolleranza e diffusione, verranno implacabilmente contrastate dall’Inquisizione locale, con denunce e processi, che solitamente si concluderanno con abiure, pubbliche penitenze e multe, cosicchè la Riforma in Carnia verrà definitivamente soffocata.

Solo gli ultimi decenni della dominazione veneta saranno relativamente tranquilli,  quando si diffonderà la coltura del mais e del baco da seta, migliorerà la tipologia delle case e delle chiese e nascerà l’industria tessile del Linussio che darà lavoro per quasi un secolo a migliaia di carnici, che diventeranno esperti “tessêrs”.

La Serenissima, per un preciso e abile disegno politico, lascia pressoché inalterati gli ordinamenti patriarchini. Verso il 1580, al Parlamento della Patria affianca una nuova istituzione, la Contadinanza, espressione autonoma degli uomini della terra. Entrambe queste Istituzioni vengono però progressivamente svuotate di ogni reale potere e sottomesse al Luogotenente veneziano, che dimora nel castello di Udine e che viene avvicendato dapprima ogni anno, poi ogni 16 mesi. Vengono così sottratti cospicui diritti alla Patria del Friuli: politici, economici, i tribunali d’appello.

Il latino resta ancora la lingua dei documenti più importanti, ma l’italo-veneto occupa via via sempre maggiore spazio; la gente continua ad esprimersi in friulano, come pure i preti nella predica e nell’ insegnamento della dottrina cristiana. A livello locale, permane la Vicinia, assemblea dei Capifamiglia del villaggio, dalle cui fila viene eletto annualmente il Meriga- a Paluzza l’elezione avviene sempre il 4 di luglio- affiancato da due Giurati. La Carnia, che conta circa 150 Vicinie, resta sempre suddivisa in 4 Quartieri: Socchieve, Gorto, S. Pietro, Tolmezzo. Ogni Quartiere elegge il proprio Capitano; il quartiere di S. Pietro, che comprende 36 ville, ne elegge due: uno “sopra” Randice ed uno “sotto” Randice. Cleulis e Timau, essendo ville di confine, dipendono invece direttamente dal Quartiere di Tolmezzo, sede del Gastaldo.

La Vicinia costituisce una istituzione relativamente chiusa, per essere ammessi alla quale i nuovi venuti debbono dare prova di serietà, laboriosità e soprattutto debbono versare una quota concordata per usufruire di tutte le opportunità del luogo (usi civici). Il Meriga convoca i Vicini originari e quelli “non originari” per affrontare i vari problemi in una pubblica riunione (Arengo) che, negli ultimi tempi di questa istituzione, a Paluzza si svolge sotto “il volt dal Dech” in piazza della Fontana. Quando i problemi interessano invece le vicinie di Paluzza, Casteons e Naunina, le adunanze si tengono presso la chiesa di S. Nicolò di Lauzana. Chi non viene ammesso alla Vicinia, rimane un “foresto” che non godrà dei diritti dei Vicini e addirittura, quando morirà, verrà sepolto in una zona separata da quella riservata agli originari.

Durante il Dominio di Venezia i Turchi, a partire dal 1472, compiono diverse e sanguinosissime incursioni in Friuli (15.000 morti; 132 villaggi distrutti) ed anche un tentativo di infiltrazione in Carnia, attraverso il passo di Lanza (Lance di Paularo), coraggiosamente presidiato da un manipolo di carnici.

Nel 1647 la Serenissima, avendo estremo bisogno di denaro fresco per sostenere la guerra di Candia, trasforma la Gastaldia della Carnia in Contea e la mette all’asta al migliore offerente. Per 40.000 ducati, nel marzo dello stesso anno, l’intera Carnia è venduta ad una Società, formata da un Manin, due fratelli Antonini, tre fratelli Camuzio e due fratelli Pianesi, quest’ultimi di Tolmezzo. Ma i reclami dei carnici contro questa vorace “Società Finanziaria” sono molteplici e rabbiosi così che, il 3 dicembre 1653, il Senato Veneziano ripristina la situazione precedente, mentre ai Soci Finanziari non resterà che il titolo onorifico di “conte”.

Nel 1797 la Serenissima Repubblica (o “La Dominante”) cade per consunzione propria sotto la prorompente vitalità di Napoleone il quale, con il trattato di Campoformido, cederà formalmente all’Austria il Veneto ed il Friuli.  

 

 

 

IL DOMINIO FRANCESE

( 1797 e 1805 - 1813 )

 

Il 3 maggio 1797 Napoleone dichiara pretestuosamente guerra alla Repubblica di Venezia, già indebolita da una lunga crisi economica e politica.

Il 9 maggio i Quartieri della Carnia, dopo la fuga dell’ultimo Luogotenente della Serenissima Alvise Mocenigo, provvedono a nominare i propri rappresentanti per prepararsi ad ogni eventualità. Il 16 maggio questi Rappresentanti, riuniti a Tolmezzo, dichiarano di volere mantenere la Carnia unita come Provincia e non aggregata al bellunese. Il 18 maggio il Capo di Brigata Valorj, comandante la Provincia di Carnia e Cadore, dirama un proclama da Pieve di Cadore affinchè tutti difendano la libertà e restino uniti. Il 30 maggio viene promulgato il nuovo Regolamento per la Provincia della Carnia.

Ma Napoleone non rimane soddisfatto di queste soluzioni locali e annulla tutto. L’intero Friuli, dal Livenza all’Isonzo, costituirà un unico Distretto, governato da Udine da un generale di divisione francese, affiancato dai rappresentanti locali. La Carnia è rappresentata solo da Pietro Jacotti, giovane avvocato di Arta. 

Il 17 ottobre 1797, a seguito del trattato di Campoformido, che prevede la cessione all’Austria del Friuli, i francesi lasciano la Carnia. Il 6 febbraio 1798 il conte Wallis, comandante austriaco dell’Armata in Italia, proclama la soppressione di tutti gli organi di emanazione francese e ripristina tutte le istituzioni esistenti prima del 1796. La situazione, già precaria dal punto di vista politico e sociale, diventa ulteriormente instabile e confusa.

La nuova sconfitta dell’Austria però, da parte di Napoleone ad Austerlitz (2 dicembre 1805), rimette tutto in discussione e l’Austria è costretta il 26 dicembre dello stesso anno con la pace di Pressburg a cedere nuovamente ai francesi il Veneto ed il Friuli che vengono così a fare parte del Regno Italico di Napoleone.

L’occupazione militare del Nord Est italiano da parte dei francesi invasori dell'esercito napoleonico è caratterizzata da continue azioni vandaliche: saccheggi, spoliazioni, profanazioni di chiese, saccheggi sacrileghi, stupri e uccisioni, non solo nelle grandi città ma anche nei paesi di Carnia. Sulla punta delle baionette, i francesi impongono non solo nuovi Istituti che vanno a sostituire i precedenti come ad esempio il Codice Napoleonico, le nuove municipalità, l’obbligo di cimiteri recintati, l’abolizione del Luogotenente per un Capitano Provinciale, il catasto geometrico particellare, la scuola dell’obbligo, ma anche la soppressione di molti ordini religiosi, la confisca dei beni ecclesiastici, la coscrizione di leva obbligatoria, una fiscalità assai più esosa, tutti aspetti che esasperano grandemente gli animi della povera gente. Si diffondono in questi anni anche nei nostri paesi i princìpi anticristiani e in particolare anti-cattolici della Rivoluzione Francese e dell’Illuminismo, assieme a non pochi germi di anticlericalismo, certamente facilitati anche da singoli abnormi comportamenti di sacerdoti locali, quelli più rozzi e ignoranti. Contro questo esercito rivoluzionario francese ateo e miscredente, fiancheggiato dai giacobini locali appartenenti solitamente alla borghesia "illuminata", nascono, inizialmente su base prettamente religiosa, dei gruppi armati autonomi e spontanei un po’ dappertutto nella cerchia alpina, iniziando dal Tirolo. E’ il fenomeno dell’ Insorgenza controrivoluzionaria e antigiacobina (che conterà quasi 100.000 morti in tutta Italia per mano dei francesi invasori e dei loro alleati locali), dapprima ignorata e poi liquidata dalla successiva storiografia ufficiale come “brigantaggio” o come “reazioni locali isolate ispirate dal clero oscurantista”; oggi verrebbero chiamati semplicemente "partigiani" ante litteram. Il coordinatore-organizzatore di questi insorti partigiani controrivoluzionari, in cui si erano certamente infiltrati anche personaggi obliqui o delinquenti comuni (come sempre capita in queste occasioni), è il tirolese Andreas Hofer, albergatore di Sand in Val Passiria, arrestato dopo una delazione e poi fucilato il 20 febbraio 1810 a Mantova su ordine personale di Napoleone Bonaparte, che lo voleva morto "entro ventiquattro ore!".

Si va affermando dunque una sempre più intensa centralizzazione del potere, con la istituzione del Prefetto, che resterà immutata fino ai giorni nostri. A livello locale vengono soppressi il Parlamento della Patria, la Provincia della Carnia, il suo Gastaldo ed i suoi Quartieri. Si istituisce il Dipartimento di Passariano, che si estende dall’Isonzo al Tagliamento, con esclusione della Bassa, la quale fa parte del Dipartimento dell’Adriatico.

Il Dipartimento di Passariano comprende 7 Distretti: Udine, Latisana, Codroipo, S. Daniele, Tricesimo, Gradisca e Tolmezzo. Il Distretto di Tolmezzo a sua volta è suddiviso in 5 Cantoni: Cantone di Tolmezzo, di Rigolato, di Ampezzo, di Resiutta e di Paluzza.

Il Cantone di Paluzza comprende tutti i paesi dell’Alto But che costituivano il vecchio Quartiere di S. Pietro, oltre a Paularo, Timau e Cleulis. Tutta l’Autorità civile e politica deriva dal Prefetto che amministra il Dipartimento.

Localmente si aboliscono le Vicinie che vengono fuse in un nuovo Istituto, il Comune o Municipalità, che è costituito da almeno 3000 abitanti, con a capo il Sindaco (non più il Meriga) direttamente scelto dal Prefetto, il quale designa anche i due Anziani che affiancano il Sindaco ed i consiglieri comunali in base al censo di ognuno, cioè alla propria capacità contributiva: coloro che non sono in grado di pagare le tasse non possono infatti ricoprire alcuna carica pubblica.

Il 18 ottobre 1813 Napoleone viene sconfitto a Lipsia ed il vice-re d’Italia Eugenio si ritira fino all’Adige, lasciando libero accesso agli austriaci che il 25 ottobre entrano in Udine guidati dall’Arciduca Carlo che viene acclamato dal popolo come un liberatore dall’insostenibile giogo francese.

A Paluzza rientra l’unico reduce sopravvissuto alle lunghe ed estenuanti campagne napoleoniche: Giuseppe Silverio, di assoluta fede giacobina.

In Carnia ritornano così gli austriaci ma “si comportano come fossero di passaggio”, requisendo e razziando qualsiasi cosa. La situazione resta confusa e incerta  ancora per alcuni mesi,  fino all’aprile 1815.

 

IL DOMINIO AUSTRIACO

( 1798 - 1805 e 1813 - 1866 )

 

Con il Congresso di Vienna (1814) avviene la Restaurazione e le monarchie europee ripristinano lo statu quo, sotto l’ abile regia del ministro degli Esteri austriaco, Metternich. 

Nell’aprile del 1815 finisce anche in Carnia un periodo incerto di interregno perché l’Austria proclama il Regno Lombardo-Veneto, con due capitali amministrative: Milano e Venezia. Gli amministratori centrali come quelli periferici (Delegati provinciali e Commissari distrettuali) sono di nomina imperiale. 

I Comuni di origine napoleonica sono ancora oggetto del controllo centrale, che impone periodici censimenti, statistiche, rilevazioni, liste di leva. Nel 1816 l’Anagrafe viene affidata nuovamente ai Parroci che divengono quasi dei funzionari governativi. I  Comuni inoltre vengono suddivisi in Autonomi e Assistiti. 

Nella nostra Valle tutti i Comuni sono “assistiti”, per cui ad ogni atto è sempre necessaria la presenza dell’ I.R. (Imperiale Regio) Commissario Distrettuale che ha sede a Paluzza. In questi Comuni “assistiti” non esiste il Consiglio Comunale elettivo ma solo il Convocato, cioè l’adunanza dei capifamiglia, indetta al bisogno per discutere dei problemi. Al posto della Giunta, vi è la Deputazione Comunale, costituita da tre cittadini deputati ad amministrare il Comune sotto lo stretto controllo dell’I.R. Commissario Distrettuale, il quale a sua volta è sotto la tutela dell’ I.R. Delegato Provinciale: tutti questi funzionari sono di esclusiva estrazione locale, scelti dall’autorità austriaca in base al censo di ognuno. Il Primo Deputato avrà una sorte di primato sugli altri due.

Questo impiego di elementi locali qualificati creerà una burocrazia efficace ed efficiente, che controllerà tutto e vorrà rendersi conto di ogni spesa, ma solo “a posteriori”, chiamando così ciascuno a rispondere personalmente delle proprie azioni solo al termine del mandato o alla realizzazione di un’opera.

L’Austria lascia pressoché inalterati gli ordinamenti napoleonici, muta qualche nome (Distretto invece di Cantone), dà maggiore importanza ai Comuni Autonomi e restaura alcuni privilegi. Ma soprattutto sopprime alcune imposte (tassa sul sale e sovraimposta fondiaria) e ne diminuisce altre, come “il focatico” (tassa sui nuclei familiari) e il “testatico” (tassa individuale). Rinnova anche il catasto fondiario, che sarà accuratamente registrato.  La vita in Carnia, in questi anni, scorre lenta e monotona, con i suoi ritmi secolari, scanditi da un duro lavoro, all’ombra del buon governo asburgico il cui impero europeo conta tantissime etnie.

Il 1° maggio 1818 il papa Pio VII, su pressioni dell’Apostolica Maestà Austriaca e del Patriarca di Venezia, con la bolla “De salute dominici gregis” sopprime l’Arcidiocesi di Udine che cessa di essere metropolita di tutto il Friuli e di quasi tutto il Veneto, degradandola a semplice sede vescovile soggetta al Patriarca di Venezia, il quale diviene così metropolita del Triveneto.

In questa occasione l’Arcidiocesi di Udine viene mutilata di ben 64 parrocchie che passano ad altre diocesi limitrofe, mentre ne acquista solo 18 (quelle nuove della Bassa friulana).

Nello stesso anno l’Austria stacca dalla provincia di Udine il mandamento di Portogruaro e lo associa a Venezia che non lo cederà più. Il 30 aprile 1846, il papa Gregorio XVI (al secolo Mauro Cappellari, nato a Belluno da genitori carnici di Pesariis colà emigrati) stacca anche il Cadore (tranne Sappada) dalla Diocesi di Udine e lo trasferisce sotto la giurisdizione di Belluno.

Nel 1847, il papa Pio IX restituirà alla Sede di Udine il titolo di “arcivescovile e metropolitana”, ma senza diocesi suffraganee, dichiarandola “immediatamente soggetta” alla S. Sede e non più al Patriarca di Venezia.

La gran parte del popolo friulano e la quasi totalità di quello carnico resteranno “indifferenti e sospettose davanti ai fatti del Risorgimento italiano”. Ciò spiega l’assenza in Friuli fino al 1848 (e successivamente fino al 1866) di qualsiasi episodio insurrezionale anti-austriaco.

Solo alcuni ceti borghesi coltivano l’elitaria idea risorgimentale italiana, che resta però sempre estranea alla grande massa della popolazione, la quale ha già spontaneamente avversato il giacobinismo rivoluzionario francese anticattolico, precursore e ispiratore del successivo Risorgimento liberal-massonico italiano.

Tra i “Mille” di Garibaldi ci saranno solo 20 friulani ed un unico carnico, Francesco Zamparo di Tolmezzo. Garibaldi stesso s’infurierà nel 1866 contro i veneti ed i friulani perchè non si solleveranno spontaneamente contro gli Austriaci.

L’insurrezione di Udine del 23 marzo 1848 durerà solo fino al 21 aprile, quando i friulani si arrenderanno definitivamente al generale austriaco Nugent. Palmanova resisterà fino al 24 giugno; Osoppo fino al 12 ottobre ed avrà l’onore delle armi. Nulla mai accadrà in Carnia, dove l’Austria sa ben amministrare.

Nel 1866, alla notizia della pace tra Austria e Italia e della scontata annessione all’Italia, in Friuli “non vi fu la più piccola traccia di manifestazione, come se si fosse trattato di una pace tra la Cina ed il Giappone” confesserà stupito e rammaricato Quintino Sella. 

 

 

 

IL REGNO D’ITALIA DEI SAVOIA

( 1866 - 1943 )

 

Il 4 agosto 1866 Quintino Sella arriva in Udine come Commissario del Re Vittorio Emanuele e lancia un vibrante appello agli italiani del Friuli. 

Ma le incerte operazioni militari ancora in corso portano ad un singolare armistizio il 12 agosto: una immaginaria linea di demarcazione risale il Tagliamento e divide il territorio italiano (a destra) da quello austriaco (a sinistra del Tagliamento).

La valle del Bût resta dunque occupata ancora dagli austriaci, con grande imbarazzo dei pochi patrioti locali che hanno esaltato nelle settimane precedenti l’annessione al Regno dei Savoia. Il 17 agosto il Comune di Treppo viene informato che dovrà mantenere 200 soldati austriaci, ma l’occupazione si limita solo a Paluzza che manda pressanti richieste di aiuto ai Comuni vicini affinchè inviino generi alimentari e biade per soddisfare le esigenze degli occupanti in ritirata.

Da Paluzza gli austriaci inviano gendarmi nei vari paesi in azione di controllo e di intimidazione. Intanto il Regio Commissario italiano, che si è stabilito a Villa Santina,  suggerisce di boicottare gli austriaci.

Solo con la pace di Vienna del 3 ottobre 1866, gli Austriaci abbandonano Paluzza e la Valle e si ritirano oltre Monte Croce.

Il 21 ottobre 1866 il Friuli e la Carnia vengono annessi al Regno di Vittorio Emanuele II di Savoia con un plebiscito di comprovate irregolarità: in Veneto e Friuli, su una popolazione di 2.603.009 abitanti, votano  in 647.426 abitanti e di questi i contrari all’annessione sono solo in 69. La Provincia di Udine, che comprende anche il pordenonese, esprime 144.988 voti a favore e solo 36 contrari all’annessione.

Il 21 novembre 1866 avviene la prima consultazione elettorale politica sotto il dominio italiano: possono votare in pochissimi (a Ligosullo in 3, a Treppo in 15, a Paluzza in 16). Solo nel 1882 con la Legge Zanardelli viene esteso il diritto di voto a chi ha frequentato con successo la seconda elementare o può pagare una tassa annuale di lire 19,8; l’età è abbassata da 25  a 21 anni.

Con questi requisiti, gli aventi diritto al voto politico raggiungono solo l’8%  nella Valle del Bût . 

Nel 1891 la posta arriva a Paluzza due volte al dì ed anche a Treppo e Ligosullo. L’economia dei paesi si fonda principalmente su agricoltura, silvicoltura e allevamento (mucche, capre, maiali e pecore). I boschi costituiscono una vera riserva economica che rende molto ricco ad esempio il comune di Ligosullo. L’artigianato è quello di sempre; i cramârs diminuiscono grandemente di numero e vengono lentamente sostituiti da arrotini, muratori, fornaciai e manovali. La viabilità è precaria: spesso i ponti sono sostituiti dai guadi (Orteglàs, Mûse nell’Alto But) ed i ponticelli sono instabili e stretti; le carreggiate sono spesso maltenute e di elevata pendenza.

L’ istruzione è affidata inizialmente ai parroci ed ai cappellani-maestri; successivamente lo Stato si approprierà di questo importante settore mediante la nomina di maestri abilitati, che saranno presenti in ogni Comune.

Il Regno dei Savoia dura, con la variante fascista (1922-1943), fino al 1946, anno del referendum istituzionale che sancisce la nascita della Repubblica Italiana. Durante questo periodo, anche la Carnia parteciperà alle sanguinose guerre del 1915-‘18 e del 1940-‘45, oltre che a tutte le vicende coloniali dell’Africa.

Un altro emblematico aspetto sociale di questo periodo sarà l’emigrazione dei friulani e dei carnici: una prima ondata, tra fine ‘800 e inizio ‘900, sarà indirizzata verso l’America (Nord Est degli USA e Argentina) e gli stati centro-europei  (Ungheria, Romania, Germania ecc.); da ricordare la peculiare emigrazione di molti cittadini di Cleulis e Timau verso il Brasile, che durerà fino al 1920: più di 2000 sono oggi i discendenti cleuliani e timavesi in terra carioca. Una seconda ondata migratoria avverrà alla fine della prima Guerra Mondiale, e si proietterà ancora verso alcuni stati europei (Francia, Svizzera, Lussemburgo ecc.). La terza ondata emigratoria, che sottrarrà importanti energie alla Carnia, inizierà subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e sarà diretta ancora verso l’Europa del Nord (Benelux, Germania, Francia, Svizzera). Sarà una emigrazione in parte stagionale, in parte definitiva. Chi rimane in Carnia sopravvive secondo gli schemi di sempre.

Coloro che, durante la prima ondata emigratoria, annualmente rientreranno in paese, porteranno le prime idee socialiste, le quali poi troveranno immediata concretizzazione nel movimento cooperativistico, che nei primi anni del XX secolo, farà fiorire in Carnia numerose ed ancora oggi valide realtà. 

 

IL TERZO REICH DI HITLER

( 1943 – 1945 )

 

Il giorno 8 settembre 1943, l’Italia firma unilateralmente l’armistizio con le forze Anglo-americane che sono sbarcate al sud, suscitando le prevedibili reazioni dell’alleato tedesco. Il re fugge a Bari, l’esercito italiano si scioglie: è la morte della Patria. Mentre il Sud viene via via liberato dagli anglo-americani che risalgono seppure faticosamente la penisola, al Nord viene creata, con il determinante appoggio tedesco, la Repubblica Sociale Italiana con capitale Salò (RSI).
Carnia e Friuli (inglobati invece nella vasta Adriatisches Küstenland- Litorale Adriatico, con capitale Trieste) vengono annessi al III Reich ormai accerchiato e agonizzante. Contro questo nuovo assetto politico-territoriale imposto dai tedeschi occupanti con il tacito assenso del fascismo repubblicano, nasce la Resistenza Partigiana, alimentata da formazioni comuniste (Garibaldini) e laico-cattoliche (Osovani), entrambe presenti anche in Carnia.
La Resistenza riesce a controllare, seppure per alcune settimane estive del 1944, la cosiddetta “Zona Libera della Carnia”, che ha come capitale Ampezzo. Tolmezzo resta invece sempre sotto il controllo tedesco. Per “bonificare e ripulire la Carnia dai banditi”, truppe nazifasciste lasciano periodicamente Tolmezzo per azioni di rastrellamento e rappresaglia sul territorio carnico ma non sempre riescono nell’intento. Quest’azione di controllo del territorio culminerà in autunno quando i tedeschi, anche per garantirsi una sicura via di ripiegamento attraverso il passo di Monte Croce, fanno affluire con una lunghissima tradotta ferroviaria (50 treni pari a 2500 vagoni) che si arresta a Stazione di Carnia, oltre 22.000 tra cosacchi e caucasici, sbrigativamente denominati poi “mòngui”. Questi cosacchi e caucasici erano divenuti (obtorto collo) alleati degli invasori tedeschi perché erano stati perseguitati, dispersi, deportati e uccisi dai bolscevichi di Stalin, già all’indomani della rivoluzione d’ottobre del 1917 in quanto la loro presenza identitaria avrebbe ostacolato la creazione del nuovo assetto socio-economico comunista.
Ora questi nuovi venuti dalle steppe russe, si installano in tutti i nostri paesi, con le loro famiglie, i loro armenti e le loro masserizie: i cosacchi, ortodossi, occupano la parte meridionale della Carnia; i caucasici, musulmani, si stabiliscono nella fascia settentrionale. Paluzza diventa sede del Comando caucasico e del tribunale popolare, vi si stampa un giornale in caratteri cirillici che esce due volte alla settimana e funziona una grande scuola. A Treppo si istituisce un ospedaletto con 35 posti-letto, con un reparto di chirurgia, uno di medicina e uno (distaccato) di malattie infettive; a Cercivento viene istituito un ricovero per invalidi di guerra presso l’asilo; Sutrio diventa sede di una scuola caucasica in Casa Del Moro oltre che di un’orchestra e di una scuola di ballo. Ligosullo addirittura ospita un teatro. L’unico paese risparmiato dalla occupazione cosacca è Timau, a motivo della lingua germanofona parlata dai suoi abitanti.
Pare insomma che la vita possa riprendere con naturalezza anche nell’Alto But per questi Caucasici, portatori di altra cultura e di altra religione, che obbligano nel contempo i valligiani ad una forzosa convivenza, inizialmente costellata da atti di violenza e sopraffazioni. Essi vivono dunque nelle medesime case, spesso usano la medesima cucina e la stessa stalla dei carnici...
La guerra però volge al peggio per il Terzo Reich ed i caucasici e i cosacchi, in un nevoso 3 maggio del 1945, risaliranno mestamente incolonnati il passo di M. Croce nella vana speranza di formare un insediamento alpino in Austria, una volta arresisi agli inglesi. Sosteranno a Peggetz, presso Lienz. Qui però, dopo che i loro ufficiali verranno proditoriamente consegnati ai sovietici (che li impiccheranno dopo sommario processo), alcune centinaia di cosacco-caucasici, nel fondato timore di una tragica fine una volta giunti in URSS, in un suicidio collettivo si getteranno, con famiglie e cavalli, nelle gelide acque della Drava mentre la restante gran parte, caricata a forza dagli inglesi sui vagoni piombati, verranno consegnati nella stazione di Judenburg ai sovietici che li avvieranno ai gulag siberiani dove la gran parte di loro troverà la morte mentre i pochissimi superstiti saranno liberati nel 1956 con l’amnistia di Krusciov ed emigreranno in vari Paesi europei e americani...
Di questa Kosakenland in Nord Italien (o se si vuole Kazacija Zemlja), a Paluzza resterà solo il macchinario per la stampa che verrà sequestrato dal CNL e successivamente acquistato da Cirillo Cortolezzis che avvierà così la sua tipografia, ancora oggi operante in Paluzza.

 

 

LA REPUBBLICA ITALIANA

( 1946 )

 

Vittorio Emanuele III abdica il 9 maggio 1946 a favore del figlio Umberto. La caduta del Fascismo e la sconfitta bellica impongono la indizione di un Referendum  istituzionale, circa il sistema politico da adottare, che si svolge il 2 giugno dello stesso anno. I votanti sono 24.946.942 pari all’89,1 % degli elettori. La Repubblica raccoglie 12.717.923 voti (54,3%), mentre la Monarchia conta 10.719.284 voti (45,7%). I voti non validi sono 1.509.735 (6,1%). Umberto II, conosciuti i risultati del Referendum, il 13 giugno lascia Roma e si rifugia in esilio in Portogallo.

Il 28 giugno viene eletto Capo Provvisorio dello Stato Enrico De Nicola. Ha inizio la Repubblica Italiana, che sarà governata per i primi 45 anni praticamente da un solo partito, quello dei cattolici, la Democrazia Cristiana, sostenuta da altri piccoli partiti satelliti minori, in un contesto di democrazia bloccata per l’impossibilità della opposizione comunista di andare al Governo, per motivi di carattere internazionale (Patto di Yalta-Crimea, tra Roosevelt, Churchill e Stalin che sottoscrissero le rispettive “zone di influenza” politico-economico-militare).

La Carnia, inserita definitivamente nella provincia di Udine, vivrà di riflesso le medesime situazioni comuni al resto dell’Italia repubblicana.

Gli anni ’50 saranno dedicati alla ricostruzione fisica e morale del Paese, uscito devastato dalla disastrosa guerra fascista di aggressiva espansione.

Gli anni ’60 saranno caratterizzati dal cosiddetto “boom” economico, ottenuto mediante abbondante manodopera a basso costo e che avvierà la motorizzazione di massa e permetterà un nuovo livello di benessere sociale. Il 31 gennaio 1963 nascerà la Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia, che comprenderà il Friuli storico (UD, PN, GO), cui verrà innaturalmente aggiunta l’appendice di Trieste con il suo esile residuo retroterra (il territorio “B” sarà definitivamente ceduto alla Jugoslavia). L’autonomia di questa Regione resterà solo teorica, in quanto ogni legge promulgata dovrà sempre avere l’avvallo del Parlamento romano. Il progetto politico autonomista del Movimento Friuli, dopo un iniziale consenso elettorale, perderà progressivamente la sua forza propulsiva, forse anche perché troppo concentrato su temi prettamente culturali.

Gli anni ’70, noti come gli anni di piombo”, conosceranno il terrorismo di Destra e di Sinistra e saranno infine dominati dalle azioni criminali delle Brigate Rosse, che raggiungeranno l’apogeo della loro parabola con il sequestro e l’assassinio del presidente della DC, Aldo Moro, fautore della politica delle “convergenze parallele”, preludio del “consociativismo”, il blocco storico tra maggioranza e opposizione comunista. Dopo quella sul divorzio (1974), il 22 maggio 1978 sarà promulgata la Legge 194, che consentirà l’aborto volontario in Italia.

Gli anni ’80 vedranno una nuova ripresa economica che coinciderà con la leadership del socialista Bettino Craxi, il quale controllerà abilmente la scena politica italiana pur disponendo di un consenso elettorale sempre limitato. L’azione democristiana e socialista di questi anni, perseguendo una politica di pauroso deficit progressivo (democrazia del deficit), degenererà successivamente in una diffusa corruzione (deficit di democrazia) a tutti i livelli che sfocerà in una serie di incriminazioni (Tangentopoli-Mani Pulite), la quale porterà sul banco degli imputati i principali protagonisti di questo periodo storico, anche se poi quasi nessuno conoscerà il carcere e molti verranno in seguito assolti; Craxi, per evitare il processo, fuggirà in Tunisia, preferendo così un dorato e volontario esilio alla prospettiva della reclusione. Tangentopoli, che morderà contemporaneamente anche l’ “isola felice” del Friuli, inizierà significativamente proprio dopo il crollo dei regimi comunisti all’Est (1989); successivamente in Italia si scioglierà anche la DC, alla cui estinzione non sarà estraneo il maglio giustizialista di un magistrato molisano che opera a Milano, Antonio di Pietro, la cui azione, dopo aver spazzato via anche i partitini satelliti della DC,  inspiegabilmente si arresterà.

Subito dopo questi tumultuosi avvenimenti politici, giudiziari e sociali, irromperanno sulla scena politica italiana degli anni ’90, la “Lega Nord” e “Forza Italia”. La prima, già presente con Umberto Bossi fin dal 1987, sarà espressione del malcontento popolare anti-romano e propugnerà il federalismo; la seconda costituirà l’improvvisato contenitore realizzato nel 1994 da Silvio Berlusconi, detentore di un impero televisivo, per i dispersi dei vecchi partiti, rimasti orfani di un simbolo credibile, dopo la bufera giudiziaria nazionale. Anche i partiti residui muteranno nome e simbolo nel breve arco di pochissimi anni: il PCI diventerà prima PDS e poi DS, non prima di aver dato luogo a scissioni (Rifondazione Comunista, Comunisti Unitari, Comunisti Italiani); il MSI diventerà Alleanza Nazionale e assieme a FI darà origine al Polo. La residua DC si trasformerà in PPI, da cui si distaccheranno numerose altre sigle (CCD, CDU, CS, UDR, CDR, UDEUR) sparse tra il Centro e la Destra. L’Italia entrerà a fare parte dell’Europa dell’Euro, la moneta unica europea che entrerà in vigore il 1° gennaio 2002, nonostante il grave deficit finanziario interno dello Stato italiano (2,3 milioni di miliardi di lire) che preoccuperà non poco i partners europei; le tasse aumenteranno sensibilmente; l’immigrazione extracomunitaria e maggiormente quella clandestina troveranno in Italia un naturale approdo.

Gli ultimi anni del XX secolo vedranno infine comunisti e democristiani, fieri avversari per un cinquantennio, divenire stretti alleati e, paradossalmente, dopo il crollo totale dei regimi comunisti europei, nel 1998 Presidente del Consiglio dei Ministri sarà per la prima volta un ex comunista, Massimo D’Alema.

Il 25 novembre 1999, lo Stato italiano, dopo oltre 50 anni dalla promulgazione della Costituzione, riconoscerà ufficialmente la lingua friulana, già episodicamente utilizzata da due decenni dalla Chiesa cattolica nella liturgia locale.

Nel frattempo la Chiesa avvertirà un progressivo calo di tensione ed il numero dei preti andrà diminuendo, mentre la frequenza in chiesa toccherà livelli minimi.

La televisione contribuirà in maniera determinante all’offuscamento dei valori umani e religiosi; l’informazione apparirà sempre più omologata; il consumismo dilagherà in ogni settore; la passione per il gioco e l’azzardo divamperà.

La Carnia, soprattutto negli ultimi anni del secolo XX, soffrirà di una progressiva emarginazione socio-economica e politica: l’agricoltura e la zootecnia familiare saranno abbandonate, le Valli tenderanno a spopolarsi, la disoccupazione crescerà, la viabilità resterà quella di 50 anni prima, i problemi idrogeologici saranno solo in minima parte risolti.

Un senso di rassegnata frustrazione occuperà l’animo del Carnico.

 

 

 

(Alfio Englaro, 3 gennaio 2000)

 

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