IL SEMINARIO DI UDINE
1965- 1971

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Erminio Polo, dopo aver gelosamente conservato per 50 anni una vasta e varia documentazione cartacea ed una memoria eccezionale, oggi, anno Domini 2020, dà alle stampe questo singolare lavoro che va a rivisitare criticamente luoghi e tempi del Seminario di Udine nel periodo più burrascoso vissuto da quella Istituzione (che oggi non esiste più essendo stata spezzettata e data in affitto a varie scuole cittadine) e più specificamente gli anni che vanno dal 1965 al 1971, quinquennio che ha coinciso con l'ormai leggendario e sempre esaltato Sessantotto (che ha lasciato morti e feriti sul campo e lanciato sfolgoranti e (ir)resistibili carriere nel firmamento mediatico e politico della Sinistra); e proprio in questi "formidabili anni" l' autore svolse con cuore passione e intelligenza il ruolo di Vicerettore in quel Seminario di viale Ungheria.
Si tratta di un libro che nelle sue poco più di 160 densissime pagine, appare subito ponderoso nelle sue tematiche ed anche a tratti di non sempre facile lettura; pagine fittamente scritte e più alacremente pesate e pensate...
Non può non tornare subito alla mente pre Toni Bellina con la sua dissacrante "La fabriche dai predis" che nel 1999 ebbe immediato ostracismo dalla Curia Arcivescovile, la quale fece ritirare il libro dalle edicole: pre Toni Bellina era ancora e sempre prete per cui dovette sottostare obtorto collo , seppure con vari escamotage, all'imposizione censoria.
Mentre però pre Toni Bellina venne a criticare aspramente il Seminario ben 30 anni dopo la sua definitiva chiusura (avvenuta per consunzione interna) e scrisse dunque quelle memorabili pagine "a babbo morto", Erminio Polo ripropone oggi le battaglie e le diuturne lotte che egli allora, quasi in solitaria, sostenne (proprio in quegli anni; oggi diremmo: in tempo reale) e che gli valsero un ostracismo ed una damnatio memoriæ ben più pesante e definitiva. Insomma: Erminio Polo pagò allora di persona per il suo determinato atteggiamento critico costruttivo; pre Toni Bellina requie non pagò quasi nulla per la sua critica demolitrice e decostruttiva, continuando (pressochè indisturbato) la sua autonoma attività pastoral-letteraria in seno alla Chiesa.

Ma cominciamo dalla copertina: la foto (contrariamente alla didascalia che l'accompagna) è del 29 giugno 1966 ed è stata scattata sulla scalinata del Duomo di Udine al termine della cerimonia di consacrazione dei sacerdoti nati nel 1942 (vi si ritrova anche l'autore, classe 1943), insieme al consacrante mons. Giuseppe Zaffonato ed al Rettore mons. Fino Fantini.
Ora andiamo a vedere cosa racconta Polo in questo libro, che a tratti può apparire troppo ripetitivo o pleonastico.
Già nella terza pagina colpisce la frase di un giovane prete all'interno di una sua lettera indirizzata all'autore"... io non sono un prete di sinistra.." che costituisce quasi una excusatio non petita per una quasi involontaria accusatio manifesta: il racconto viene visto e si sviluppa dunque dalla sponda sinistra del corso della storia e questo caveat serve anche a inquadrare sia l'autore che le sue posizioni ideologiche che si preannunciano ben nette e chiare fin dalle pagine iniziali attraverso una acuta analisi sociale e sociologica, non solo della società del tempo ma anche del micro habitat del seminario, che fino ad allora era totalmente avulso dalla realtà circostante e rinchiuso all'interno di poderose mura, non solo fisiche ma anche culturali, un vero e proprio hortus conclusus... E Polo, in qualità di Vicerettore (certamente il più giovane, 23 anni, apparso sulla scena del seminario) tentò con vari mezzi e per diversi anni di abbattere questo "muro di Latino" che tanto evocava l'appena sorto "muro di Berlino": entrambi costruiti non per impedire l'entrata di nemici ma per ostacolare l'uscita degli... amici.
Polo era giovane, entusiasta, animato dal sacro fuoco del rinnovamento conciliare, alimentato da letture di autori cattolici di nuova ortodossia e di brillanti autori protestanti non più eterodossi (che qui l'autore ama citare ampiamente), di riviste progressiste che interpretavano i documenti conciliari freschi di inchiostro, con ampia e disinvolta lettura (per dire: in nessuna pagina e in nessun paragrafo della "Sacrosanctum Concilium" che tratta esclusivamente della Liturgia, veniva proposta una riforma liturgica così come la conosciamo oggi, eppure... !). Polo cita le numerosissime realtà socio-culturali sorte come funghi che si interessavano dei segmenti più disagiati ed emarginati della società (oggi si direbbe bergoglianamente: periferie): drogati, senzacasa, baraccati, barboni, stranieri, nomadi, sfruttati (non può mancare la teologia della liberazione)... Insomma fu allora che venne gettato il seme di una visione diversa del mondo, una visione più attenta agli esclusi ed alle minoranze, una visione che oggi è diventata strabica ed ipermetrope ed ha avuto ormai (si può ben dire) il sopravvento su ogni altra considerazione sociale in amplissimi settori della Sinistra odierna, che ha sostituito i vecchi dogmi con i nuovi. E che dice Polo dei preti che in quegli anni ruggenti abbandonarono la propria Mission? Oggi si può ben dire (evocando Nicolas Gomes Davila) che la Chiesa di allora, "spalancando le sue porte per facilitare l'ingresso a chi era fuori, facilitò invece l'uscita a chi era dentro": dal 1961 al 1977 ben 3000 preti se ne andarono (pag. 6)! Ma c'è di più: su quella medesima scia "la Chiesa oggi, non ottenendo più che gli uomini mettano in pratica ciò che insegna, si è rassegnata a insegnare quello che gli uomini mettono in pratica". Non servono esempi.
Polo, dopo la sua articolata analisi della società, presenta l' inchiesta (da lui allestita) che venne svolta all'interno del seminario nel 1966 e che ne fece emergere le gravi criticità (si può leggere un variegato campionario di risposte che denunciavano il disagio e la crisi interna).
L'autore (che definisce "serioso" il suo lavoro) si lancia poi in una dura e lunga requisitoria contro quel vecchio modello di seminario e di Chiesa che mostrava incrostazioni e farraginosità che si erano accumulate nei decenni e nei secoli, ma lo fa in maniera (a mio modo di vedere) a volte troppo irruenta e ingenerosa, come quando ad esempio (a pag 34) pone sullo stesso piano manicomi, caserme e seminario (dimenticando di dire che le prime due istituzioni erano cogenti, mentre il seminario non lo era assolutamente, tanto è vero che moltissimi, pur faticosamente, se ne uscivano, la stragrande maggioranza se ne andò...). Per il resto, le problematiche individuate erano reali e incontrovertibili e poco egli poteva concretamente fare, avendo contro non solo una parte del corpo insegnante ma anche il clero diocesano tradizionale (maggioritario) che mal sopportava ogni tentativo di riforma o modernizzazione. E la lunga elencazione dei vari criticissimi aspetti interni al seminario (in primis la sessualità repressa) ed i tentativi di Polo di migliorarli (in qualità di vicerettore) attraverso diversi interventi in diversi momenti, sia contingenti che strutturali, occupano intere pregnanti pagine, dove vari personaggi di allora vengono citati come Roberto Mitri, Valerio Comuzzi e quel Marino Plazzotta che scriveva ai preti della Diocesi (pag. 68); e vengono ricordati il CID, la LMS, l'Olimpo... Una frase mi è sembrata paradigmatica per sintetizzare quel modello di prete che il seminario si ostinava ancora a voler produrre e che Polo voleva modificare: "no ai mai viodût lagrimis di predi e sudôr di stradin": un arido funzionario con delega al sacro.
L'abilità e la avvedutezza di Polo nella stesura di queste pagine di "critica costruttiva" si palesa nel modo di porre le questioni: in apertura di ogni capitolo cita il paragrafo che la Optatam Totius (il documento conciliare sui seminari) prevede per uno specifico problema del seminario, cui immediatamente Polo offre la sua ponderata e moderna soluzione. Così ad ogni "suggerimento conciliare" l'autore risponde con proprie idee e proposte. Che furono solo in parte accolte ma anche subito abbandonate, dopo il delusissimo abbandono di campo del proponente, uscito sconfitto dalla contrapposizione seminario di Castellerio (Tosoratti) versus seminario di Udine (Casarsa)...
Coesistono anche incomprensibili incongruenze quando ad esempio Polo per un verso non cessa di esaltare il rettore Carsarsa e don Gelindo per le loro aperte e condivise vedute e per un altro ne racconta poi (con onestà intellettuale) i comportamenti più odiosi e antidemocratici che neppure il predecessore, il vecchio e criticato Fantini (il "nonno"), aveva mai posto in essere (pag 41 e pag. 140). L'Università di Udine (pag. 9) non esisteva al tempo di questi fatti ma venne creata solo dopo il terremoto e precisamente nel 1978. Mi prendo una piccola licenza personale: a pag. 43 sul caso Giorgio Ferigo, debbo precisare di aver dovuto espungere il suo scritto sul seminario da questo sito, su esplicita richiesta del fratello e della sorella di Giorgio, i quali lo avevano trovato esageratamente e inutilmente offensivo. Del resto anche preti esprimevano, a distanza di molti anni dalla loro consacrazione, ripulsa e rigetto per un seminario che anzichè formare aveva deformato: tra questi ci fu anche don Mario Del Negro.
Al termine della lettura di questo non facile libro ed a distanza di 50 anni da quegli avvenimenti, vorrei esporre una brevissima personale considerazione: tutto il grandioso lavoro che Erminio Polo svolse in perfetta buona fede nei 5 anni trascorsi come vicerettore nel seminario di Udine, scontava una imponderabile dose di ambiguità perchè ingenerò nei chierici e nei seminaristi false attese e immotivate speranze (specie sul versante della sessualità) che mai si sarebbero concretizzate. Fare intravedere futuri possibili profondi mutamenti sia istituzionali che dottrinali, non fece altro che illudere decine di ragazzi che, una volta scoperto il travisamento, abbandonarono delusi a frotte il seminario, approdando (quasi tutti) alla sponda sinistra del fiume della storia e (molti) convolando spesso a repentine nozze con amiche e compagne; lo ammette implicitamente lo stesso autore quando a pag.143 scrive: "... certamente l'entusiasmo dei miei primi anni di prete ha contribuito a mistificare il senso della vostra vita in seminario...", lasciandosi contemporaneamente andare anche a frasi infelici (se non false): "nelle sicurezze fasciste della casta clericale" di pag 147, che certamente hanno contribuito a disorientare (e non poco) giovani ancora in faticosa lenta maturazione.

A distanza di tanti decenni e riavvolgendo il nastro dei ricordi di quel tormentato periodo, osservo disincantato i frutti di quel mitizzato Sessantotto nella società di oggi: la disgregazione di una Scuola sindacalizzata e sinistrata (cha ha raggiunto infimi livelli di efficacia); la dissoluzione della Giustizia ("quando la politica entra nella magistratura dalla porta, la Giustizia esce dalla finestra", Calamandrei); la politicizzazione della Sanità (aziendalizzata e ridotta a feudi di potere); della Chiesa ho già detto.

Io sto con Don Camillo (non Torres, però)!

 

 


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