IL SEMINARIO DI UDINE
1965- 1971

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Erminio Polo, carnico di Forni di Sotto, dopo aver gelosamente conservato per 50 anni una vasta e varia documentazione cartacea ed una memoria eccezionale oggi, Anno Domini 2020, dà alle stampe questo singolare lavoro che va a rivisitare criticamente luoghi e tempi del Seminario di Udine nel periodo più burrascoso vissuto da quella Istituzione, che oggi non esiste più, essendo stata spezzettata e data in affitto a varie scuole cittadine (A. Volta, GB Tiepolo), mentre la grande e preziosa cappella interna (che ha ascoltato preghiere e canti di centinaia e centinaia di chierici e seminaristi) è stata trasformata addirittura in palestra CLICCA QUI ed entraci: insomma una debacle totale e senza appello! Altro che la laicissima Francia!
E più specificamente Polo indaga gli anni che vanno dal 1965 al 1971, quinquennio che ha coinciso con l'ormai leggendario e sempre esaltato Sessantotto, che ha lasciato morti e feriti sul campo e lanciato sfolgoranti e (ir)resistibili carriere nel firmamento mediatico e politico della Sinistra; e proprio in questi "formidabili anni" l' autore svolse con cuore passione e intelligenza il ruolo di Vicerettore in quel Seminario di viale Ungheria.
Si tratta di un libro che nelle sue poco più di 160 densissime pagine, appare subito ponderoso nelle sue tematiche ed anche a tratti di non sempre facile lettura; pagine fittamente scritte e più alacremente pesate e pensate...
Non può non tornare subito alla mente pre Toni Bellina con la sua dissacrante "La fabriche dai predis" che nel 1999 ebbe immediato ostracismo dalla Curia Arcivescovile, la quale fece ritirare il libro dalle edicole: pre Toni Bellina era ancora e sempre prete per cui dovette sottostare obtorto collo, seppure con vari escamotage, all'imposizione censoria.
Mentre però pre Toni Bellina venne a criticare aspramente il Seminario ben 30 anni dopo la sua definitiva chiusura (avvenuta per consunzione interna) e scrisse dunque quelle memorabili pagine "a babbo morto", Erminio Polo ripropone oggi le battaglie e le diuturne lotte che egli allora, quasi in solitaria, sostenne (proprio in quegli anni; oggi diremmo: in tempo reale) e che gli valsero un ostracismo ed una damnatio memoriæ ben più pesante e definitiva. Insomma: Erminio Polo pagò allora di persona per il suo determinato atteggiamento critico costruttivo; pre Toni Bellina requie non pagò quasi nulla per la sua critica demolitrice e decostruttiva, continuando (pressochè indisturbato) la sua autonoma attività pastoral-letteraria in seno alla Chiesa.

Ma cominciamo dalla copertina: la foto (contrariamente alla didascalia che l'accompagna) è del 29 giugno 1966 ed è stata scattata sulla scalinata del Duomo di Udine al termine della cerimonia di consacrazione dei sacerdoti nati nel 1942 (vi si ritrova anche l'autore, classe 1943), insieme al consacrante mons. Giuseppe Zaffonato ed al Rettore mons. Fino Fantini.
Ora andiamo a vedere cosa racconta Polo in questo libro, che a tratti può anche apparire ripetitivo o pleonastico.
Già nella terza pagina colpisce la frase di un giovane prete all'interno di una sua lettera indirizzata all'autore"... io non sono un prete di sinistra.." che costituisce quasi una excusatio non petita per una quasi involontaria accusatio manifesta: il racconto viene visto e si sviluppa dunque dalla sponda sinistra del corso della storia e questo caveat serve anche a inquadrare sia l'autore che le sue posizioni ideologiche che si preannunciano ben nette e chiare fin dalle pagine iniziali attraverso una acuta analisi sociale e sociologica, non solo della società del tempo ma anche del micro habitat del seminario, che fino ad allora era totalmente avulso dalla realtà circostante e rinchiuso all'interno di poderose mura, non solo fisiche ma anche culturali, un vero e proprio hortus conclusus... E Polo, in qualità di Vicerettore (certamente il più giovane, 23 anni, apparso sulla scena del seminario) tentò con vari mezzi e per diversi anni di abbattere questo "muro di Latino" che tanto evocava l'appena sorto "muro di Berlino": entrambi costruiti non per impedire l'entrata di nemici ma per ostacolare l'uscita degli... amici.
Polo era giovane, entusiasta, animato dal sacro fuoco del rinnovamento conciliare, alimentato da letture di autori cattolici di nuova ortodossia e di brillanti autori protestanti non più eterodossi (che qui l'autore ama citare ampiamente), di riviste progressiste che interpretavano i documenti conciliari freschi di inchiostro, con ampia e disinvolta lettura (per dire: in nessuna pagina e in nessun paragrafo della "Sacrosanctum Concilium" che tratta esclusivamente della Liturgia, veniva proposta una riforma liturgica così come la conosciamo oggi, eppure... !). Polo cita le numerosissime realtà socio-culturali sorte come funghi che si interessavano dei segmenti più disagiati ed emarginati della società (oggi si direbbe bergoglianamente: periferie): drogati, senzacasa, baraccati, barboni, stranieri, nomadi, sfruttati (non può certamente mancare la teologia della liberazione)... Insomma fu allora che venne gettato il seme di una visione diversa del mondo, una visione più attenta agli esclusi ed alle minoranze, una visione che oggi è diventata strabica ed ipermetrope ed ha avuto ormai (si può ben dire) il sopravvento su ogni altra considerazione sociale in amplissimi settori della Sinistra odierna, che ha sostituito i vecchi dogmi con i nuovi. E che dice Polo dei preti che in quegli anni ruggenti abbandonarono la propria Mission? Oggi si può ben dire (evocando Nicolas Gomes Davila) che la Chiesa di allora, "spalancando le sue porte per facilitare l'ingresso a chi era fuori, facilitò invece l'uscita a chi era dentro": dal 1961 al 1977 ben 3000 preti se ne andarono (pag. 6)! Ma c'è di più: su quella medesima scia "la Chiesa oggi, non ottenendo più che gli uomini mettano in pratica ciò che insegna, si è rassegnata a insegnare quello che gli uomini mettono in pratica". Non servono esempi.
Polo, dopo la sua articolata analisi della società, presenta l' inchiesta (da lui allestita) che venne svolta all'interno del seminario nel 1966 e che ne fece emergere le gravi criticità (si può leggere un variegato campionario di risposte che denunciavano il disagio e la crisi interna).
L'autore (che definisce "serioso" il suo lavoro) si lancia poi in una dura e lunga requisitoria contro quel vecchio modello di seminario e di Chiesa che mostrava incrostazioni e farraginosità che si erano accumulate nei decenni e nei secoli, ma lo fa in maniera (a mio modo di vedere) a volte troppo irruenta e ingenerosa, come quando ad esempio (a pag 34) pone sullo stesso piano manicomi, caserme e seminario (dimenticando di dire che le prime due istituzioni erano cogenti, mentre il seminario non lo era assolutamente, tanto è vero che moltissimi, pur faticosamente, se ne uscivano, la stragrande maggioranza se ne uscì...). Per il resto, le problematiche individuate erano reali e incontrovertibili e poco egli poteva concretamente fare, avendo contro non solo una parte del corpo insegnante ma anche il clero diocesano tradizionale (maggioritario) che mal sopportava ogni tentativo di riforma o modernizzazione. E la lunga elencazione dei vari criticissimi aspetti interni al seminario (in primis la sessualità repressa) ed i tentativi di Polo di migliorarli (in qualità di vicerettore) attraverso diversi interventi in diversi momenti, sia contingenti che strutturali, occupano intere pregnanti pagine, dove vari personaggi di allora vengono citati come Roberto Mitri, Valerio Comuzzi e quel Marino Plazzotta che scriveva ai preti della Diocesi (pag. 68); e vengono ricordati il CID, la LMS, l'Olimpo... Una frase mi è sembrata paradigmatica per sintetizzare quel modello di prete che il seminario si ostinava ancora a voler produrre e che Polo voleva modificare: "no ai mai viodût lagrimis di predi e sudôr di stradin": un arido funzionario con delega al sacro.
L'abilità e la avvedutezza di Polo nella stesura di queste pagine di "critica costruttiva" si palesa nel modo di porre le questioni: in apertura di ogni capitolo cita il paragrafo che la Optatam Totius (il documento conciliare sui seminari) prevede per uno specifico problema del seminario, cui immediatamente Polo fa seguire la sua ponderata e (allora) moderna soluzione. Così ad ogni "suggerimento conciliare" l'autore risponde con proprie idee e proposte. Che furono solo in parte accolte ma anche subito abbandonate, dopo il delusissimo abbandono di campo del proponente, uscito sconfitto dalla contrapposizione tra seminario di Castellerio (Tosoratti) versus seminario di Udine (Casarsa) e abbandonato anche dai suoi sodali...
Coesistono anche incomprensibili incongruenze quando ad esempio Polo per un verso non cessa di esaltare il rettore Carsarsa e don Gelindo per le loro aperte e condivise vedute (!) e per un altro ne racconta poi (con onestà intellettuale) i comportamenti più odiosi e antidemocratici che neppure il predecessore, il vecchio e criticato Fantini (il "nonno"), aveva mai posto in essere (pag 41 e pag. 140). L'Università di Udine (pag. 9) non esisteva al tempo di questi fatti ma venne creata solo dopo il terremoto e precisamente nel 1978. Mi prendo una piccola licenza personale: a pag. 43 sul caso Giorgio Ferigo, debbo precisare di aver dovuto espungere il suo scritto sul seminario dopo averlo pubblicato su questo sito, su esplicita richiesta del fratello e della sorella di Giorgio, i quali lo avevano trovato esageratamente e inutilmente offensivo. Del resto anche preti esprimevano, a distanza di molti anni dalla loro consacrazione, ripulsa e rigetto per un seminario che anzichè formare aveva deformato: tra questi ci fu anche don Mario Del Negro.
Al termine della lettura di questo non facile libro ed a distanza di 50 anni da quegli avvenimenti, vorrei esporre una brevissima personale considerazione: tutto il grandioso lavoro che Erminio Polo svolse in perfetta buona fede nei 5 anni trascorsi come vicerettore nel seminario di Udine, scontava una imponderabile dose di utopica ambiguità perchè ingenerò nei chierici e nei seminaristi false attese e immotivate speranze (specie sul versante della sessualità) che mai si sarebbero concretizzate e che non erano nelle disponibilità di Polo e del suo staff. Fare intravedere futuri possibili profondi mutamenti sia istituzionali che dottrinali, non fece altro che illudere decine di ragazzi che, una volta scoperto il travisamento, abbandonarono delusi a frotte il seminario, approdando (quasi tutti) alla sponda sinistra del fiume della storia e (molti) convolando spesso a repentine nozze con amiche e compagne; lo ammette implicitamente lo stesso autore quando a pag.143 scrive: "... certamente l'entusiasmo dei miei primi anni di prete ha contribuito a mistificare il senso della vostra vita in seminario...", lasciandosi contemporaneamente andare anche a frasi infelici (se non false): "nelle sicurezze fasciste della casta clericale" di pag 147, che certamente hanno contribuito a disorientare (e non poco) giovani ancora in faticosa lenta maturazione.

A distanza di tanti decenni e riavvolgendo il nastro dei ricordi di quel tormentato periodo, osservo disincantato i frutti di quel tanto mitizzato Sessantotto nella società di oggi: la disgregazione di una Scuola sindacalizzata e sinistrata (cha ha raggiunto infimi livelli di efficienza ed efficacia); la dissoluzione della Giustizia ("quando la politica entra nella magistratura dalla porta, la Giustizia esce dalla finestra", Calamandrei); la politicizzazione della Sanità (aziendalizzata e ridotta a feudi di potere politico); la uniformità della grande Informazione, dominata oggi da una minoranza egemone. Della Chiesa ho già detto.

Io sto con Don Camillo (non Torres, però!) il quale, oltre che anticomunista, fu anche (me lo ha ricordato Polo) antifascista come Peppone.

Addendum
Tutti gli attori protagonisti di questa singolare storia sono morti, tranne Erminio Polo (con i suoi ben portati 77 anni) e naturalmente la stragrande maggioranza di quegli "alunni" che vissero quei formidabili anni ruggenti in attesa (come nel deserto dei tartari) di un cambiamento che non venne mai... Nè con Paolo VI nè con Giovanni Paolo I nè con Giovanni Paolo II nè con Benedetto XVI e neppure con l'attuale papa Bergoglio (2013) il quale, dopo aver suscitato enormi speranze e concrete aspettative nella sinistra cattolica e politica, in oltre 8 anni di pontificato non ha modificato nè uno jota nè un apice nella dottrina e nella prassi cattolica, dedicandosi esclusivamente e utopisticamente a problematiche ecologiste e terzomondiste, peraltro neppure lontanamente (e neppure in parte) risolte, semmai forse rese ulteriormente più complicate.


Ma: perchè questo libro che racconta una storia dell'altro secolo (e millennio)? e soprattutto: per chi?

PER DISCUTERE DI QUESTO LIBRO E DEI SUOI ARGOMENTI, NINO MORO E MARIO GROSSO ORGANIZZANO UN INCONTRO VENERDI 9 OTTOBRE ALLE ORE 20 PRESSO SANTA MARIA ASSUNTA (Udine, viale Cadore, Eglise-maison di don Borghi) CON LA PRESENZA DI ERMINIO POLO.

 

CONTRIBUTI VARI

I ricordi di don Tarcisio Puntel

L'anamnesi di Nino Moro

Il commento di Igino Piutti

Ricordando il seminario di Silvio Molinari

Il mio ricordo di Luigino Di Giusto

Ricordi veloci di Pietro De Antoni

Considerazioni di Fausto Buzzi

Sulle memorie di don Dino Pezzetta

Pinsîrs sul seminari di Celestino Vezzi

Cronaca di un incontro a cura di Silvio Molinari

Come padre spirituale di Giancarlo Pinosa

Un grande senso di abbandono di Claudio Comuzzi

 

La foto sottostante esprime bene l'atmosfera interna del seminario in quei "formidabili anni ruggenti di attesa del cambiamento"

Seminario di Udine, 1969 (Festa di Primavera o "festa di mezza strada" della II Liceo 1968-69)

 

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RICORDI DEGLI ANNI DI SEMINARIO

Visto che già sono usciti degli scritti che riguardano la vita del seminario negli anni subito dopo il Concilio: Ricordo “la fabriche dai preidis” di pre Toni Bellina, alcuni accenni negli scritti di don Pierluigi di Piazza e ultimamente anche l’ultimo pubblicato da Erminio Polo che una parte importante ha avuto nella vita del Seminario negli ultimi anni ‘60, anch’io penso di dire la mia anche se la mia esperienza può uscire un po' dal coro.
La mia infanzia
Sono nato in un piccolo paese della Carnia, Cleulis in comune di Paluzza. La mia famiglia composta da 7 persone era abbastanza povera: papà boscaiolo lavorava 7-8 mesi all’anno e mamma conduceva una vita di fatiche e sacrifici come quella delle nostre donne carniche. Fin da piccolo sono stato abituato a dare il mio contributo alla famiglia: facevo il pastorello, aiutavo nei campi, avevo imparato subito ad aiutare la mamma nelle faccende di casa ecc. In paese e anche nella mia famiglia la fede aveva un posto privilegiato: la messa alla domenica, catechismo ogni giorno, il rosario alla sera in famiglia, azione cattolica… tutto questo senza essere bigotti.
Qui è nata la mia vocazione. Nel 1958 a 10 anni appena compiuti sono entrato in seminario per frequentare la quinta elementare. La mamma quando ha appreso la notizia della mia intenzione di diventare sacerdote si è messa a piangere non perché non fosse felice di tale mia scelta, ma perché temeva di non riuscire a pagare le spese: c’erano ancora debiti in casa, papà guadagnava poco e la famiglia era grande. E’ stato il papà a rompere gli indugi con quella frase che mi è rimasta impressa:” Femmena, non importa, sfenderemo anche chilla porta!”. Eccoci a Castellerio: quinta elementare con due sezioni e una sessantina di bambini. Si capisce che allora la vocazione poteva essere un sogno come sanno sognare i bambini e questo si sarebbe dovuto verificare e approfondire con gli anni.
Ricordo che allora ho sofferto nei primi anni una terribile nostalgia. Mi aspettavo dai preti un po' di calore, un’accoglienza più paterna. Li ho trovati molto distaccati, talvolta freddi, per cui mi meraviglio quando sento parlare dei casi di pedofilia da parte di sacerdoti. Sono notizie che ho conosciuto solo da qualche anno.
La vita in seminario ci costringeva a seguire un orario rigido, severo, impegnativo, oggi questo sistema sarebbe impensabile. Confesso che in questo senso non ho provato grandi difficoltà perché ero già stato abituato al sacrificio, alla rinuncia nella mia famiglia. Soprattutto per me, che ero abituato a polenta e formaggio, c’era anche abbondanza di cibo e mi meravigliavo quando sentivo i furlans lamentarsi. Tutti i miei amici compaesani si stupivano quando mi sentivano raccontare che io là usassi due piatti a tavola e fra le posate anche il coltello e dormissi con i “pantaloni” (noi non conoscevamo la parola pigiama).
Le mie vacanze poi venivano trascorse in famiglia. C’era tanto lavoro a casa per cui la mamma aveva bisogno di aiuto. Ho vissuto questo tempo in mezzo a gente umile, trascorrevo la giornata sui monti a falciare in mezzo a tante persone: allora la montagna ogni giorno si animava. Poi c’erano le pratiche di pietà: S. Messa al mattino, meditazione, S. Rosario e visita al Santissimo alla sera: tutto sotto lo sguardo vigile del parroco.
Soldi non avevo in tasca. C’era sempre qualche nonna che mi metteva le 500 lire nel taschino della giacca (per andare a Udine ce ne volevano 510) e mi animava a continuare nella mia scelta.
A scuola non ero una cima…Tutt’altro! Sono stato promosso ogni anno forse anche perché ero un ragazzo disciplinato e studioso, tuttavia non potevo permettermi di sottoporre la famiglia a ulteriore peso economico ripetendo un anno scolastico.
Ma…mi sentivo un ragazzo felice. Avevo la fede di un fanciullo che non ha la pretesa di ricevere grandi spiegazioni. Sentivo il Signore vivo dentro di me, ero sereno fino ai 18 anni.
GLI ULTIMI 6 ANNI DI SEMINARIO
E siamo arrivati alla fine della terza liceo. E’ l’anno 1967. Nella mia classe, dopo 8 anni dei 101 che eravamo in prima media, eravamo rimasti ancora in 36. Per la diocesi, anche se è normale che il numero sicuramente sarebbe sceso ancora, si poteva sperare in una buona infornata di sacerdoti per l’anno 1972.
Ma le cose erano cambiate! Il Concilio aveva aperto spiragli nuovi, aveva fatto entrare nella Chiesa aria fresca, delle novità che ci davano grandi speranze. La Chiesa si apriva al mondo, il messaggio cristiano presentato in una forma più consona all’uomo moderno, anche la teologia che ci veniva insegnata la accoglievamo con un certo entusiasmo.
In seminario era cambiata anche la staff educativa. Non c’era più il “nonno” (mons. Fantini rettore), c’erano anche nuovi insegnanti sulla cattedra.
Che le vecchie strutture del seminario richiedessero una riforma, che il metodo usato fino ora nella preparazione al sacerdozio fosse inadeguato e che tutti fossimo felici di cambiare un po’ le cose, nessuno lo può mettere in discussione.
Qui entrano in scena tre personaggi che in questi anni hanno avuto una parte importane in questo momento di trasformazione: Mons. Mario Casarsa, rettore, don Lavaroni Gelindo divenuto poi a sua volta prorettore e don Erminio Polo.
Non è mia intenzione dare un giudizio su queste persone perché so che si sono trovate a gestire un tempo difficilissimo di transizione e ora che sono passati 50 anni certe cose le possiamo capire meglio. Vorrei soltanto esprimere uno stato d’animo che in quei tempi mi ha coinvolto e senza dubbio è colpa anche mia se non sono riuscito ad avere una certa confidenza con loro: fatto sta che quel tempo l’ho vissuto con grande sofferenza e disagio.
Mons. Casarsa.
Era stato mio professore nel ginnasio. Ho un ricordo abbastanza positivo di questo sacerdote come professore. Ricordo che si diceva che se ti capitava Casarsa come professore di lettere in liceo eri fortunato: guai se ti capitava Londero! A me è capitato Londero. Non è che si trattasse tanto di un sacerdote aperto alle nuove idee o molto affabile e confidenziale con i chierici. Era però più mansueto e tollerante di certi educatori. Da rettore però non fece gran bella figura; si seppe che giocava in borsa e allora fu sostituito.
Don Gelindo
Buon sacerdote. Nella parrocchia cittadina di S. Marco era molto amato. Povero don Gelindo quanto ha patito in Seminario quando si accorgeva che non poteva più tenere le redini della situazione! Molte volte si impennava, si arrabbiava e anche gridava. Ma era sacerdote! Se posso indicare un difetto è che stravedeva per quei chierici che presentavano certe qualità ed erano attivi, mentre non seguiva più di tanto quelli che gli sembravano troppo remissivi o poco attivi e non davano speranze per quel rinnovamento della Chiesa che si sperava. Fra questi c’era anche la mia classe che veniva dietro a quella che lui vedeva come la trainante, che diede qualche pezzo grosso alla diocesi e che alcuni di questi volle sempre vicino anche quando era parroco ad Artegna. Certamente don Gelindo si è lasciato anche prendere la mano da questi. Io non ho mai avuto alcuna confidenza con lui: non lo rifiutavo, lo vedevo animato da un buon spirito sacerdotale e anche il suo insegnamento è stato equilibrato, ma l’ho visto sempre distante, ripeto, forse per colpa mia. Quando ero a Gemona mi ha redarguito pubblicamente per questo.
Don Erminio
L’ho conosciuto quando era ancora studente di Teologia. Giovane particolarmente intelligente, entusiasta, brillante, superattivo, era un trascinatore. Ricordo le tante attività con le quali dava vitalità al seminario e impegnava i giovani in tante iniziative. Io lo vedevo come un esempio di un futuro sacerdote che avrebbe fatto cose meravigliose ovunque si fosse trovato a operare. Guardavo a lui e mi rendevo conto delle mie limitate capacità.
Quando è diventato sacerdote e vicerettore del seminario, per noi era un punto di riferimento importante. Ci dava tante speranze! Allora il seminario non aveva ancora preso quella piega che poi ha portato a quella grave crisi che abbiamo vissuto. Nel 1968 la mia classe è stata l’ultima a ricevere la veste talare e la tonsura, ma siccome le cose stavano cambiando è stato proprio don Erminio a convincerci ad accettare. Quindi posso ben affermare che don Erminio nei primi tempi mi ha dato tanto e per questo gli sono grato.
Ci fu però un tempo in cui le cose presero una piega che personalmente mi ha disorientato a tal punto che la vita in seminario mi diventò quasi insopportabile.
LE MIE DIFFICOLTA’
Il nostro era stato sempre un ambiente un po'chiuso, ci avevano educati ad essere un po' diffidenti con quanto succedeva nel mondo esterno. La vita era organizzata in modo rigoroso: preghiera, scuola, studio e poco tempo libero per altre attività. Tutto era controllato e chi non stava alle regole doveva lasciare.
Ora il mondo si spalancava davanti ai nostri occhi. Si sentiva delle grandi contestazioni che andavano prendendo piede nelle varie città d’Italia e d’Europa (Parigi). Venivano avanti idee e proposte nuove che a dire il vero non erano ben definite. C’era soprattutto il desiderio di cambiare con dei progetti ancora confusi.  
Anche da noi incominciarono a circolare proposte nuove, richieste sempre più pressanti ai superiori. La critica a una certa visione della Chiesa e del prete diventava sempre più chiara. E qui i superiori cercarono di fare il possibile per mantenere un certo equilibrio in questa difficile situazione, ma forse si lasciarono prendere la mano anche per mostrarsi all’altezza dei tempi.
Elenco alcune situazioni che io non ho accettato e mi ha creato difficoltà:
1: Si iniziò creando il Comitato Interno di Disciplina (CID). Riunioni interminabili dove con i superiori dovevamo riscrivere il regolamento del seminario. Stava entrando anche qui una forma di democrazia che noi ancora non conoscevamo!
Personalmente ho vissuto con sofferenza questa esperienza perché si ragionava perfino sui generi voluttuari che si potevano tenere in camera (Alcoolici, sigarette, caffè….), gli orari, i momenti di preghiera….Mi accorgevo che tutto stava lentamente perdendo valore ad esempio lo spirito di rinuncia, di sacrificio, la preghiera, la confessione che diventava una pratica sempre più rara. Ricordo che dopo Pasqua il rettore Casarsa ci chiese se avevamo “fatto Pasqua!”. A scuola anche i professori non osavano prendere posizione più come prima. Un fatto emblematico è che perfino avevamo tolto la cattedra e l’avevamo sostituita con un tavolo senza la pedana, ma posto a livello del pavimento e che diventava sempre più piccolo a tal punto che l’insegnante non aveva uno spazio per porre i libri.
2:  La spiritualità Premetto che sono stato sacrestano per due anni e avevo il privilegio di ricevere un quintino di vino ai pasti.
Dico subito che la cappella non veniva più frequentata come prima perché le pratiche di pietà si facevano anche in altri luoghi. Ad esempio al mattino non si celebrava più la S. Messa, né si faceva la meditazione, il rosario non si recitava più insieme, le visite al Santissimo erano in disuso. Ora al mattino si recitavano le Lodi in un’aula. Mi è rimasto molto impresso quel momento perché, in un certo anno che non ricordo, dei 47  teologi, a lodi eravamo sempre mediamente in 11. Quante volte don Gelindo si attaccava al mattino al campanello e non lo mollava più per costringerci a svegliarci!  Alla sera c’era la messa nella cappella delle suore che durava un’ora circa di cui 45 minuti a discutere insieme sulla parola di Dio e il tempo rimanente per la liturgia eucaristica.
Stando a quello che ci insegnavano con Rahner, Schillebeeckx, Küng, e altri teologi che andavano forti nel momento anche il tabernacolo era chiamato il “frigorifero” e così da sacrestano dovevo sempre farlo sparire dall’altare, cosa che facevo contro la mia volontà.
3: L’ideologia. Erano i tempi in cui stavano sorgendo vari movimenti ed esperienze nuove nella chiesa: L’isolotto a Firenze, don Milani a Barbiana, l’esperienza dell’abate Giovanni Franzoni della basilica di S. Paolo di Roma, i preti che si impegnavano nella guerriglia in America latina, le contestazioni studentesche…  Erano molti i sacerdoti che lasciavano il sacerdozio e anche nel nostro seminario il numero degli studenti andava via via diminuendo, basti pensare che se in terza liceo nella mia classe eravamo ancora in 36, in prima teologia stavamo in 13 e alla fine solo in 5 siamo diventati preti.
Io ero letteralmente spaesato, ad un certo punto scappavo (questo è il verbo giusto) dal seminario e rientravo a casa ogni sabato per rafforzarmi la vocazione con la mia gente e il mio parroco.
 L’ambiente si era fortemente politicizzato e questa è stata una delle cause che ha sconvolto la vita del nostro Istituto. Molti chierici erano indirizzati verso un partito che aveva allora molti simpatizzanti: il PDUP di estrema sinistra.
In questa confusione i parroci incominciarono a protestare e chiedevano la chiusura dell’Istituto in attesa di chiarimenti. Don Erminio dovette lasciare l’incarico e si rifugiò in Baldasseria con un gruppo di giovani che ne condivideva le sue idee e ne apprezzava le doti.
Certamente don Erminio se la prese male e gradatamente non si sentirà più in sintonia con quella Chiesa che non lo aveva capito. Anche don Gelindo non era d’accordo con la decisione del vescovo e lo chiamava spesso in seminario per alcune attività come il cineforum ai seminaristi. Ricordo molto bene quei momenti e quando ha alzato la voce gridandoci:”Svegliatevi! Distruggete queste strutture fasciste!”. Ecco sono state queste le scelte che non ho più condiviso in don Erminio. Mentre gli sono grato per tanti aspetti, nella mia mente di giovane che desiderava ardentemente essere sacerdote questo non è stato l’esempio di cui avevo bisogno. So che forse si sarà commessa qualche ingiustizia nei suoi riguardi, ma io in quel momento avevo bisogno di vedere in lui una reazione di grande amore a Cristo e alla Chiesa che sarebbe stata capace di superare anche ogni ingiustizia.
Stavo preparandomi a entrare a fare un esame ed ero vicino alla portineria. Giunge una telefonata dell’Arcivescovo ad Augusto il portinaio:” Va a togliere quello striscione che è stato posto sulla facciata che dà su viale Ungheria!”. Siamo usciti sul viale e abbiamo letto:” No al Concordato!”: Era l’11 febbraio.
Io non ho mai accettato che entrasse la politica in seminario! E neppure che si assumesse il metodo di protesta del momento! Per cui sempre più ho sentito quel luogo a me estraneo.
Nel 1970 siamo andati a Castellerio come assistenti dei più giovani che frequentavano il seminario minore. Ci siamo sentiti giudicati molto male perfino dai superiori del seminario maggiore come persone che stanno avallando un sistema di ingaggio dei giovani che non era considerato più accettabile. Così eravamo incompresi dagli stessi che ci avevano mandati a compiere quel servizio. C’era infatti una lotta interna fra coloro che volevano mantenere e quelli che volevano chiudere il seminario minore. Eppure, anche umanamente parlando, è stata questa una esperienza per noi bella che ha creato rapporti che sono vivi ancora oggi.
E…FINALMENTE PRETE
Pochi giorni prima della mia consacrazione sacerdotale (il vescovo Zaffonato mi ha consacrato sacerdote nella mia chiesa di Cleulis il 26 agosto 1972), è venuto in casa mia un giovane sacerdote che era stato mio assistente durante gli anni del liceo, supplicandomi di fermarmi…di rinunciare alla consacrazione sacerdotale. Ha insistito per lungo tempo motivando che era un contro senso esercitare il ministero in una Chiesa che non voleva correre con i tempi.  Ho appreso non molto tempo dopo che questo sacerdote aveva lasciato il ministero.
Ho tenuto duro, nonostante i momenti di incertezza e scoraggiamento. Oggi sono contento per aver fatto questa scelta.
Don Erminio ha scritto il suo ultimo libro dedicato al seminario di Udine degli anni 1965-71 nel quale rivanga la sua esperienza di quei tempi. Mi è sembrato, leggendolo, che in qualche maniera voglia difendere il suo operato che, per molti aspetti presenta anche grandi meriti. Ho già insistito sul fatto che non ho condiviso le sue scelte dopo aver lasciato il suo incarico e forse, come sottolinea anche Alfio Englaro nel suo commento, l’aver trasmesso delle speranze ai giovani che poi non si sarebbero potute realizzare almeno in quei momenti; l’aver voluto correre più veloce di quello che il contachilometri poteva permettere.
E sono diventato prete, ho potuto formarmi alla scuola del terremoto a Gemona…E‘ qui che ho capito quello che veramente è importante nella vita di un sacerdote. Ho fatto il prete nei paesi della mia Carnia e dopo 50 anni, guardandomi indietro riconosco di essere stato fortunato.
Ringrazio Dio che mi ha assistito e quelle persone che mi hanno guidato e non hanno permesso che uscissi di strada. Non rigetto nulla di quello che ho visto e che mi è sembrato essere giusto o sbagliato perché tutto mi è servito per crescere e costruire la mia vita.

                                                                                                                           Don Tarcisio Puntel
                                                                                                                             Parroco di Paluzza

Paluzza, 10 luglio 2020
 

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LA MIA ANAMNESI DI QUEL SEMINARIO


Grazie all’editore, si completa il quadro relativo alla storia di quell’importante istituzione che nel ‘900 sfornò non solo preti, ma intellettuali, professionisti, politici e cittadini impegnati.
Laddove nella “Fabriche dai predis” A. Bellina denunciava la malattia facendone anamnesi e diagnosi, qui E. Polo espone la terapia proposta ma non seguita.
Il titolo fa pensare a un libro di nicchia che si rivolge a qualche centinaio di persone, peraltro ultrasessantenni e che hanno vissuto quell’esperienza, ma il racconto può interessare un pubblico più vasto, attento alla storia della Chiesa locale e universale.
Inoltre riferisce stati d’animo, progetti ed attività che possono essere validi spunti per un’esperienza educativa esemplare in mezzo ai giovani. Il maggiore  interesse del libro  sta proprio  nelle pagine dove emergono l’entusiasmo, gli ideali, l’amore, la passione non solo  dell’autore, ma di  una coralità di giovani che hanno creduto in quei valori e in quell’esperienza. Erminio appassionatamente  illustra le motivazioni di fede, i principi pedagogici, le ragioni culturali, sociali  e politiche che permisero quella esperienza e ne causarono la fine. Le documenta  riportando molte testimonianze oltre ai riferimenti formali. Quante speranze, quante realizzazioni, quanta energia, ricchezza venne liberata e andò ad alimentare le nostre giovani vite di discepoli! Ex-ducere, tirar fuori. Questo è il senso, oggi ancor più valido, di ogni impegno educativo.
Della profonda crisi in cui era caduta l’istituzione del Seminario, alla fine degli anni ’60, se ne rendevano conto in molti: calo di vocazioni, abbandoni fra il clero, forte diminuzione delle entrate... Sostenuti da Mons. Zaffonato, tre preti furono così profetici e coraggiosi da tentare un cambiamento rivoluzionario, ispirato al Vangelo e che seguiva le indicazioni del Concilio appena concluso. A poco a poco venne meno il sostegno della gerarchia, aumentarono le critiche, le maldicenze dei settori tradizionalisti e il progetto venne stroncato.
Questo attiene alla cronaca, ben diverso, sottolineo, fu il valore rispetto alla crescita personale e professionale per molti giovani seminaristi che credettero in quel progetto. Per molti di noi fu l’utopia che  permise al sogno, pur effimero, di realizzarsi e nello stesso tempo fu un orientamento e un programma di vita.
La lettura del libro sul Seminario di Udine di E. Polo aiuta non da ultimo a smascherare i tentativi, subdoli, le trame di potere per lo più sotterranei, le fake news, che i sostenitori della tradizione mettono sempre in atto. Nella Chiesa di oggi è aspra la critica al papa e al suo tentativo, pur timido, di riforma; i tradizionalisti   alzano potente la loro voce di proterva contrarietà e sconcertano quanti umilmente credono nella necessità di rinnovare l’esperienza cristiana. Pare siano loro i più forti e forse prevarranno nella  corsa al potere o alla sua conservazione, proprio come avvenne allora.
Questo poco importa a chi crede, lotta e spera con impegno personale e dedizione all’altro. In tutti noi seminaristi di un tempo è rimasto il segno di quella esperienza rivoluzionaria, in molti è rimasto un po’ di rimpianto e tanta riconoscenza. Concludo citando Bonhoeffer in “Resistenza e resa”: “Non è nostro compito predire il giorno – ma quel giorno verrà - in cui degli uomini saranno chiamati nuovamente a pronunciare la parola di Dio in modo tale che il mondo ne  sarà cambiato e rinnovato. Sarà un linguaggio nuovo, forse completamente non religioso”.

Nino Moro
già docente di Lettere

Treppo Ligosullo, 10 agosto 2020

 

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IL MIO COMMENTO

Ci sono racconti di vita che scorrono veloci alla lettura, anche per le indiscutibili capacità letterarie dello scrittore. Ma se ti riesce di spostare un poco la cenere, ci trovi il fuoco. Se sai leggere tra le righe ritrovi il dramma che raccontano, senza volerlo raccontare. E’ questo il caso del  rapporto di Erminio  sui suoi tentativi di riformare il Seminario.  Andati a vuoto! E non poteva essere diversamente perché “la fabriche dai predis” come la chiama Bellina, non ha senso. Avrebbe un senso se quella del prete fosse una professione, anche se molto particolare, e quindi il seminario il luogo ove insegnare a praticarla. Così è stato in passato. Ma arrivati finalmente a definire che quella del prete è una scelta di vita, non ha senso un percorso di studi per avviare alla scelta. Immaginare che la vocazione al sacerdozio sia un seme che lo Spirito Santo ha inoculato nella coscienza di qualcuno e che ci sia la necessità di esperti giardinieri per farlo crescere è solo un modo per legittimare l’esistenza dei giardinieri e del giardino. Con il risultato di esportare nel mondo fiori che rinsecchiscono appassiti rinchiusi nelle pratiche della loro professione. Non di fede ma di esercizio!
Se invece la vocazione  è un percorso verso una scelta di vita, allora ci vogliono maestri di vita, per aiutare in una scelta così impegnativa e radicale. Ma è necessario che anche quelli sul campo diano esempi da maestri di vita. Non a caso, sono proprio i preti già in campo, nel racconto di Polo, i più decisi oppositori dei tentativi di riforma. Accorgersi di aver fatto il giardiniere come vice rettore non deve essere stato facile! E’ questo il dramma personale che mi pare di leggere tra le righe, che l’autore ha voluto scaricare sui fogli di carta del suo manoscritto.
Se poi l’essenza del cristianesimo fosse nel fatto che per pregare ci si deve chiudere nella propria camera (Matteo 6,6) e pregare il Padre in segreto, avrebbe ancora meno senso una professione che dovrebbe insegnarti a non praticare ciò che professa, a lasciar perdere quindi la Chiesa con le cerimonie, i paramenti e i dogmi inventati dagli imperatori per i loro interessi, per chiudersi invece in camera con se stessi come figli di Dio. Forse per questo si è autodistrutto il Seminario. Forse anche di questo si è accorto Polo. O forse quest’ultima è soltanto una mia illazione.

Igino Piutti
scrittore, già docente di Lettere
ex Sindaco di Tolmezzo

Tolmezzo, 11 agosto 2020

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RICORDANDO IL SEMINARIO

Leggendo il libro di Erminio Polo è naturale che affiorino alla memoria fatti, incontri, vissuti che, seppur lontani nel tempo, hanno segnato la storia della mia formazione giovanile.
I ricordi più coinvolgenti sono quelli del periodo liceale (1967-1970), un periodo ricco di fermenti, di sogni e passioni, di speranze e illusioni: un periodo insomma in cui finalmente sembrava giunto il momento di prendere in mano la propria vita, di decidere del proprio destino, di gustare il valore della libertà.
I tempi erano cambiati e con essi la società ad ogni livello, dalla famiglia alla scuola, dalla fabbrica alla politica (Erminio ne riporta esattamente lo spaccato).
E il seminario non poteva uscire indenne da questa tempesta generale, o si rinnovava o soccombeva per implosione.
A.Bellina nella “Fabbrica …” denuncia le cause di questa implosione, E.Polo nel “Seminario…”  riporta il suo tentativo di riforma del MIC (massimo istituto cittadino= Zaffonato).
La Fabbrica o il Mic veniva difeso con i denti e con le unghie dalla gerarchia clericale friulana, decisa a conservarlo immutato nella sua struttura e funzionalità, consolidate nel tempo, contro ogni seppur timido tentativo di apertura alle novità anche del mondo ecclesiale  e  nonostante le sollecitazioni tracciate dai documenti conciliari, puntualmente riportati nel libro di Erminio.
L’esperienza di Erminio si inquadra in questo contesto: giovane vicerettore, intelligente ed energico, si gioca tutto in questa avventura rivoluzionaria-scommessa (carriera, amicizie, ecc.), sostenuto da passione, fede idealistica, profonda e variegata preparazione culturale.
Si occupa prevalentemente dei giovani in quanto persone, della loro formazione, della loro ricerca di senso, ascoltando le paure e vivendo i loro drammi, sostenendo le loro scelte, aiutandoli ad inserirsi nel mondo e nella società (a non sentirsi predestinati ed omologati al compito sacerdotale), come ho premesso all’inizio.
Io, come moltissimi altri compagni, mi sono avvicinato con fiducia (e un po’ di invidia) a lui, sentendolo come la persona giusta al momento opportuno. Abbiamo aderito alle sue molteplici iniziative, sia culturali (giornalino, cineforum…) che liturgiche; abbiamo condiviso anche le incertezze, le delusioni e le paure del futuro. Ma sentivamo che ormai i tempi erano maturi e non si poteva tornare indietro. Forse ci siamo lasciati illudere (come ammette in parte lui stesso) che il cambiamento fosse dietro l’angolo e quindi a portata di mano. Nell’ultimo periodo Erminio si dedicò con maggior impegno e passione alle attività della Lega Missionaria, creando un gruppo “privilegiato” (il cerchio magico, diremmo oggi), che noi sentivamo distante, un corpo separato, e da lì credo è maturato quell’ atteggiamento di diffidenza e distacco nei suoi confronti.
Erminio non si occupava degli aspetti normativi che regolavano l’organizziazione interna (orari, comunicazioni formali, provvedimenti disciplinari…). Queste cose erano demandate ai suoi due collaboratori, don Gelindo e mons. Casarsa. Di costoro i ricordi e le impressioni restano ancorati  alla vecchia struttura gerarchica e autoritaria, li sentivamo staccati, visti con riguardo e un certo sospetto.
Ricordo che negli ultimi anni del liceo (1969-70) passavamo i momenti liberi del dopopranzo o del dopocena nella stanza di un compagno del nostro gruppo, dove Alfio (non quello dell’Equipe 84) con la sua chitarra intonava le canzonette in voga allora, col pentolino del caffè sulla spiritiera e qualche sigaretta volante. Ma un giorno don Gelindo, dal suo studio, udì, oltre all’aroma del caffè e del tabacco, il coro che  cantava “… per il pizzo di una sottana ho perduto la tramontana, l’ho perduta e la perderò”.
Si precipitò di corsa al piano superiore, spalancò la porta e … apriti cielo: reprimenda, minacce, pensavamo ad un licenziamento in massa. Ma ormai eravamo alla fine (anche dell’anno scolastico) e non c’era più tempo di scrivere carte. Questo fatto sanzionatorio, seppur sacrosanto, mi fece dubitare della perfetta intesa che ci fosse all’nterno del triumvirato di comando.
In particolare il rettore Casarsa l’ho sempre sentito staccato, privo di umanità e sensibilità, incapace di empatia. D’altronde il “pathos” non albergava certo negli ambienti asettici, sanificati e santificati del seminario.
Io fui uno dei tre liceali cacciati per essere rientrati in seminario nottetempo, scavalcando il muro di cinta, dopo una notte brava in città (in realtà una passeggiata e un film western all’Ariston di via Aquielia). Le cose avvennero come riportate da Erminio. All’indomani il prefetto Garbuio, suonata la sveglia, ci diede l’avviso, orgoglioso e baldanzoso per l’ottimo servizio di intelligence svolto, di presentarci subito nell’ufficio del Rettore. Mi risulta che questa bandierina guadagnata sul campo non gli giovò poi molto, perchè anche lui passò dalla parte del “nemico”.
Comunque Casarsa consegnò anche a me la lettera di congedo e di rientro in famiglia, da recapitare al parroco del paese. Senonchè io non avevo casa, non sapevo dove andare. La mia casa di Valle-Rivalpo era rimasta chiusa dopo la morte di mia madre nel 1967 e mio padre si era trovato due stanze a Manzano, dove lavorava come operaio in fabbrica. Così ho dovuto trascorrere il periodo delle vacanze forzate in una pensione del luogo, sulle spalle di mio padre.
Evidentemente anche in questa occasione non ci fu la minima attenzione alla situazione umana e familiare; l’importante era salvaguardare l’immagine e la reputazione dell’istituto.
Questo sistema di disumanizzazione era tipico della struttura e si perpetuava dalla data di ingresso (11 anni) fino all’uscita, volontaria o forzata. Situazione ben descritta sia da Bellina che da Erminio stesso.
Certamente avrei potuto andarmene prima (non senza conseguenze sul piano psicologico e di riconoscimento sociale), ma le condizioni economiche familiari e l’opportunità offertami per un riscatto culturale, mi hanno spinto a completare il corso di studi fino al diploma, e di questo sono riconoscente e grato all’istituto del seminario (il cui costo era comunque gravoso per i risparmi di mio padre).
L’esperienza però mi è costata parecchio, inizialmente per lo sradicamento, il distacco e la forte nostalgia, in seguito sul piano più specificatamente formativo (psicologico, emotivo, relazionale).
Per tornare all’argomento posso dire che l’immagine del seminario riportata da Erminio nel suo libro (es. pag.128) non è molto diverso da quanto denunciato da Bellina.
Erminio espone la sua esperienza diretta tesa ad infrangere un sistema superato e anacronistico: si è esposto, ha lottato con coraggio al suo interno, ha seminato forse troppe illusioni, ha pagato di persona, sentendosi abbandonato anche dai suoi colleghi di direzione.
Bellina, qualche hanno prima, ha continuato per la sua strada fino in fondo, certamente con sofferenza, subendo imposizioni e condizionamenti, come tutti quelli che sono poi arrivati alla meta. Poi ha deciso di raccontare quella esperienza con altrettanto coraggio, mettendo a nudo una realtà ben nota a tutti gli allievi, ma in genere rimossa o giustificata con superficialità “così erano i tempi allora”. Secondo me non la cosidero una critica demolitrice, ma semplicemente la narrazione di un vissuto, basata su dati di fatto veritieri, tant’è che davanti alla reprimenda del vescovo Battisti, alla domanda se nel libro della Fabbrica … fossero riportate delle menzogne, si sentì rispondere: “no, ma certe cose non si possono dire”. E per questo pagò un conto salato, con l’ostracismo, l’ingiuria, l’isolamento.
Analogamente non considero il libro di Erminio un trattato di critica costruttiva, ma piuttosto il racconto, circostanziato e documentato, di una esperienza: del tentativo cioè, poi fallito per diverse ragioni, di aprire le porte di quella roccaforte ad un rinnovamento esistenziale, alle nuove idee post conciliari, per far conoscere e comprendere meglio quel mondo esterno che doveva poi essere la nuova famiglia del giovane prete, non certo per far uscire coloro che erano dentro (già abbondantemente fuggiti o in procinto di farlo). Si potrebbe chiosare: meglio pochi alberi ben piantati e nutriti dalla natura che una piantagione curata in laboratorio.
E così fu.
L’azione di Erminio si concluse con una sconfitta, per il seminario prima che per lui; fu una fatica di Sisifo che via via sperimentò sulla sua pelle; le forze esterne soverchiarono energie, entusiasmi, idealità, sogni, speranze.
Ma tale esperienza non fu cancellata, anzi possiamo considerarla alla pari delle numerose iniziative di gruppi, associazioni, movimenti che sorsero allora un po’ ovunque nel segno del rinnovamento ecclesiale (citati più volte nel testo), vere avanguardie di rinnovata spiritualità, fari di orientamento per quanti nel buio della tempesta hanno voluto e saputo cogliere il vero volto di Cristo e rendere il suo messaggio concreto, credibile ed appetibile, al servizio della Chiesa e del  suo popolo in cammino, dentro o fuori le mura del Tempio.
Allora fra i grandi meriti del ’68, oltre alle conquiste di civiltà ben riportate nel libro di Erminio (diritti umani, emancipazione sociale, ecc.), sento di poter aggiungere anche questo, cioè di aver consentito ad Erminio di spendersi per quell’ideale “che se Dio è morto, è solo per tre giorni e poi risorge”.

Silvio Molinari
già docente di lettere e Preside

 

Valle e Rivalpo, 27 agosto 2020

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IL MIO RICORDO

Ho letto con vivo interesse e partecipazione il libro che Erminio Polo ha dedicato al seminario negli anni ruggenti della seconda metà dei Sessanta portando a conoscenza di chiunque fosse interessato il tipo di organizzazione che lo reggeva, lo stile di vita di chi allora ci viveva, sulle due sponde, quella dei superiori-direttori-formatori (rettore, vicerettori, padri spirituali), dei professori (il famoso Olimpo: ma lo era veramente?) e quella ancora numerosa, sebbene non più coi numeri degli anni e decenni precedenti, dei seminaristi e chierici: i problemi e le dinamiche spesso sotterranee che agitavano le loro giovani menti e i loro cuori, gli aneliti e gli ideali che sostanziavano il loro vivere quotidiano, il bisogno di essere accettati e valorizzati per quello che si era, con i propri punti di forza ma anche coi propri limiti, senza per forza sentirsi obbligati a corrispondere in tutto e per tutto a schemi calati dall’alto e d’imperio.
Parlavo di interesse e partecipazione e non potrebbe essere altrimenti giacchè il libro di Polo mi ha fatto riandare, riavvolgendo il nastro della/e memoria/e, alle esperienze di quegli anni cruciali della mia adolescenza (perfettamente coincidenti con quelli di cui tratta il libro) che tanto peso hanno avuto allora come nel successivo svolgersi della mia esistenza. Mi sento infatti di affermare con assoluta certezza che la mia vita sarebbe stata molto diversa se non avessi vissuto profondamente l’ esperienza del seminario, prima in quello minore di Castellerio e poi (naturalmente con un impatto ben più grande  sul piano evolutivo) in quello maggiore di Udine, di cui tratta ampiamente Erminio Polo, il vero protagonista di quanto viene detto su quegli anni, anche se lui nella triade di direzione/comando  si colloca con modestia non finta al terzo posto. Già: Erminio Polo! Una persona che non ho mai dimenticato, perché non ci si può dimenticare di una persona che per te, mentre cercavi affannosamente la tua strada per crescere in “sapienza, virtù e grazia”, ha rappresentato un modello di vita, di impegno, di dedizione completa alla propria missione sentita non come un compito, un dovere da assolvere, da portare a termine a qualunque costo, perinde ac cadaver, ma come un bisogno interiore di corrispondere, pur con tutti i propri limiti e fragilità umane, al disegno che Dio ha stabilito (ab aeterno: così ci insegnavano in seminario) su ciascuno di noi.
Quanto ho appena affermato lo riassumo in 2 parole: “Erminio prete”, così infatti lo sentivo e nominavo dentro di me ogniqualvolta le circostanze me lo facevano incrociare fisicamente oppure solo nel pensiero; come a dire che se mai fossi diventato prete, era quello il modello cui volevo ispirarmi. Dicendo questo non intendo sminuire il ruolo degli altri educatori, don Casarsa e don Gelindo, che erano altrettanto impegnati nel loro compito ma indubbiamente li sentivo  più distanti, meno profetici, più coinvolti nelle incombenze e nelle dinamiche dei loro ruoli direzionali, più (pre)occupati di tenere in piedi la “baracca”, di salvare un’istituzione plurisecolare che ormai scricchiolava paurosamente, una “barca in gran tempesta” che, lo si percepiva ormai nettamente, viste le circostanze storiche del momento, era destinata  irrimediabilmente ad affondare. E così è stato. Il seminario nel breve volgere di un decennio si è svuotato, però a mio modesto avviso non perché si è “aperto” permettendo a tutti quelli che son voluti andare (me compreso) di uscire dalla gabbia senza particolari scrupoli o rimorsi di coscienza, ma perché aveva de facto esaurito la sua funzione storica: quella di garantire sine die la sopravvivenza di un sistema clericale forte, autorevole (ma lo era veramente? E in tutte le circostanze storiche e individuali in cui una sua presenza veramente autorevole sarebbe stata sentita/percepita come l’azione di Dio nel mondo?), cui spetta sempre l’ultima parola e non solo in ordine alla salvezza, indefettibile perché tale è l’istituzione da cui promana, la Chiesa con tutto il suo poderoso, oceanico armamentario di dogmi, documenti pontifici e curiali della più varia natura, decretali, bolle, manuali nelle varie discipline sacre, di morale, di ascetica, e chi ne ha più ne metta, “un Gange di sacri scritti” direbbe Leopardi tra l’ironico e il sarcastico. Però con don Bellina, di grata memoria, concordo pienamente quando afferma che non è da meravigliarsi del repentino tracollo della struttura seminariale (mi si passi il brutto neologismo) ma del fatto che così come era impostato abbia potuto sopravvivere per  tanto tempo (esattamente 4 secoli!), mentre il mondo, la Storia politica e quella del pensiero conoscevano cambiamenti sempre più profondi e radicali. Vedo che mi sto perdendo e addentrando su un terreno scivoloso in cui le opinioni certamente non mancano e ognuno legittimamente affronta le problematiche cui ho accennato dal suo legittimo, è il caso di ribadirlo, punto di vista, maturato dalle sue letture e dalle concrete esperienze di vita come sto facendo io in questo momento. Torno quindi sui miei passi, a quegli anni dal ‘65 al ’71, gli anni del ginnasio-liceo con “ sconfinamento” nella prima teologia, ovvero l’anno di propedeutica. Tralascio gli anni del ginnasio per passare a quelli del liceo (1967/70). Alla fine del ginnasio, al compimento del 16° anno la mia giovane esistenza ha sperimentato un cambiamento radicale sul piano psicologico che a sua volta ha prodotto dei cambiamenti altrettanto radicali nei miei comportamenti. Questo processo di mutazione è maturato in tempi brevissimi però in seguito ha conosciuto una evoluzione, degli adattamenti diciamo così, in base a ciò che succedeva intorno a me, ai messaggi che ricevevo, agli input che mi arrivavano dalla interlocuzione con gli altri, fossero gli adulti che ci guidavano e istruivano o i coetanei coi quali condividevo h 24 gli spazi, i tempi. I programmi di vita e studio ect..
Senza dilungarmi o scendere in particolari che riguardano solo la mia persona e i miei ricordi di allora, dico che in quegli anni, per me fatidici, io mi sono totalmente, e sottolineo totalmente, identificato con l’istituzione che mi aveva (preso) in consegna; il seminario appunto. E tutto questo, devo ammetterlo, non è stato indotto da particolari interventi, da pressioni esterne da parte delle persone che curavano la mia formazione ma il prodotto di pulsioni interne, di forze e motivazioni endogene, anche se a ciò non era del tutto estraneo il martellamento che su certi temi sensibili, primo fra tutti quello della sessualità [(si batteva ossessivamente sul valore della purezza, modello San Domenico Savio, San Luigi Gonzaga, più in generale il Santo curato d’Ars, promosso sul campo, per le sue eminenti virtù sacerdotali, a patrono dei parroci, per il quale anche oggi sebbene “tantum mutatus ab illo” nutro profondo rispetto e riverenza….)] veniva impartito in maniera più o meno esplicita, o in maniera allusiva ma non per questo meno impattante almeno per quanto ha riguardato la mia persona. Di quegli anni si potrebbero dire tante cose; ciascuno dei tanti che li abbiamo vissuti “in diretta” e che Polo elenca in fondo al libro riferendosi all’anno scolastico 1968/69, potrebbe, presentando il suo vissuto di allora, prete o ex (per chi ancora vive “in hoc exilio”) raccontare con maggiore o minore emozione  i sentimenti, le aspirazioni, gli ideali, gli sforzi, le gioie per i traguardi raggiunti, le tristezze per quelli non, o solo parzialmente raggiunti, gli slanci o lo sconforto per le aspettative non realizzate… tutte realtà, a un tempo soggettive ed oggettive, cui Erminio fa frequente richiamo nel suo libro/memoriale con un pathos che dice (a distanza di mezzo secolo!) tutta la carica vitale che lo animava come giovane uomo e soprattutto come giovane prete aperto alle ineludibili e improcrastinabili istanze di rinnovamento invocate dal Concilio.
Grazie Erminio di avere avuto una parte così significativa in una fase tanto delicata della mia (allora) ancor giovane vita, di essere stato una persona che più che come superiore cui obbedire, ho sentito come un fratello maggiore che mi affiancava nel mio non facile cammino di crescita.

P.S. Ho lasciato il seminario nel gennaio del 1972, dopo un anno e tre mesi di teologia; quando ho comunicato la mia decisione a don Gelindo che, apprendo dal libro, faceva il prorettore dopo la defenestrazione di don Casarsa e ancor più di Polo, mi ha detto, se non ricordo male: “Quando non si prega più…!”

Laus Deo

Luigino Di Giusto
già docente di Lettere

 

Gemona, domenica 6 settembre 2020.                                             

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RICORDI VELOCI

... Quanto al libro di E POLO ti confesso il tuffo di nostalgia che mi ha provocato, rileggendo passi di mia vita vecchia di oltre 50 anni.
Quanto al contenuto, sono rimasto (favorevolmente) impressionato dal fatto che tutta la dirigenza (Mario Casarsa rettore, Lavaroni Gelnindo e Polo vice rettori) fossero mossi da una certa necessita’ di cambiare il sistema formativo degli allievi. Di Casarsa non l’avrei mai pensato… ma nel concreto nulla emergeva di strutturale al di la’ di certi consigli di direzione (anche a Bagni di Lusnizza, ricordi?) di cui è curioso annotare le posizioni in pro o in contro di esponenti del corpo docente (li ricordo tutti uno per uno!). E poi il vescovo Zaffonato che da un lato spronava al cambiamento e dall’altro frenava sull’onda delle pressioni del clero diocesano (cha portava i soldi della Giornata pro Seminario). Certo che il sistema Fantini (troppi lustri di rettorato!) era obsoleto. Uno schema formativo rigido (risaliva al concilio di Trento e alla revisione di papa PioX), il soggetto in formazione ci entrava o ne veniva estromesso… quante espulsioni senza motivo!... nessun progetto di formazione personalizzato come si esigerebbe dalla moderna pedagogia… Ma come potevano innovare i tre sopracitati, provenienti essi stessi da un sistema formativo vecchio e scaduto? I tempi cambiavano veloci... poi si tentavano soluzioni estemporanee... Gruppi giovanili misti… donne in seminario… incontri promiscui per dibattiti… il clero in rivolta contro la direzione… professori contro nei vari consigli di direzione che andavano per alzata di mano (cosa mai successa )… campi di Emmaus (ci sono andato anch’io senza entusiasmo talvolta). Ti diro’ che il tutto mi interessava poco... pensavo solo a progredire nello studio e stavo molto abbottonato... non riuscivo a capire cosa stesse succedendo... e da buon montanaro…!
Poi e’ finita come sappiamo: Gelindo ha fatto da capro espiatorio (grande persona… sia in pace dov’e’); Polo ha lasciato per incompatibilita’... come e’ successo a tanti altri chierici. Casarsa e’ diventato matto e si curava a Sappada nell’albergo della Diocesi (a quel tempo le malattie di nervi andavano in montagna), travolto non poco dal suo coinvolgimento nello scandalo della Cassa di Risparmio Ud PN… ricordi? … Lui che diceva che ero matto io (depressione maggiore -sic!- all’epoca e a tutt’oggi, anche dopo la revisione del Codice di Diritto Canonico del 1984, ritenuta di incompatibilita’ assoluta col sacerdozio… e cosi son finito fuori, come sai). Zaffonato (per me una santa persona) ha fatto la fine che sai... ingloriosa ma immeritata.
C’è materiale per un vero romanzo storico... gioventu,’ soldi, amori (forse sesso ma si puo’ aggiungere anche se non vero), crisi di sistema legato ai tempi Anni 1965 -1971 intensissimi... il concilio appena finito… la sua interpretazione ancora non chiara (ricordi il libro di Pezzetta?)... scandali finanziari in curia e non solo... (ti ricordi le battute oscene su Zaffonato?)… i prodromi del '68… e poi il suo scoppio...

Pietro De Antoni
chirurgo urologo

Tolmezzo, 8 settembre 2020

 

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CONSIDERAZIONI

Quando ho iniziato la lettura, mi son trovato in difficoltà: il racconto riferiva fatti in cui ero stato coinvolto ma non li rammentavo, non più di tanto. Per questo il primo approccio è stato una sofferenza. Tra una interruzione e l’altra ho fatto mente locale, per immergermi in quello che è stato anche il mio mondo, allora onestamente affrontato e totalizzante. È emerso che su quella esperienza, vitale per l’età e per il contesto, avevo messo una pietra tombale. Avevo rimosso e quindi dimenticato. Dopodiché, immedesimandomi, ho rivissuto i ricordi, le incertezze dovute ai patemi d’animo, alle sofferenze e ai disagi. E mi sono ritrovato nel narrato.
La valutazione che mi sento di esprimere e che, spontanea, viene dal mio profondo, è un doveroso “grazie” a Erminio Polo. È stato ed è “un grande”. Il suo è un libro di valenza storica: ha portato alla luce avvenimenti, socialmente significativi e rilevanti, altrimenti destinati all’oblio. Dopo una decantazione durata una cinquantina d’anni, con coraggio e determinazione, fissando nero su bianco, ha posto all’attenzione pubblica, il resoconto di un periodo importante, non solo per i protagonisti diretti che lo hanno vissuto dall’interno ma pure per i molti che, anche al di fuori, consapevolmente o meno, hanno poi respirato quell’aria e quello spirito nuovi.
È vero, la “controriforma restauratrice” ha tarpato le ali al progetto che mirava a sostenere una crescita degli aspiranti preti verso una scelta consapevole che non poteva maturare obbligatoriamente con i criteri e con i metodi di chi li aveva preceduti. Tuttavia - mi sento di poter dire - sia motivo di soddisfazione e di orgoglio, per Erminio, il considerare che quanto seminato ha di certo inciso profondamente sulle persone, a prescindere dalla strada poi intrapresa nella vita da ciascuno.

Fausto Buzzi

Pontebba, 16 settembre 2020

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SULLE MEMORIE

Felice sorpresa. Dopo mezzo secolo, caro Erminio risento la tua voce. Leggo e rileggo, nella tua appassionata storia del Seminario di Udine, quei quattro anni da me vissuti a due passi dalla tua camera nel piano professori: 1966/1967 – 1967/1968 (insegnavo al liceo Storia della filosofia e contemporaneamente Teologia dogmatica al Seminario di Gorizia), 1968/1969 – 1969/1970 (a Udine Teologia dogmatica e Religione al liceo). Alla fine del terzo anno (1969) di quella esperienza preannunciavo al collegio docenti ed all’arcivescovo Zaffonato la mia rinuncia all’incarico, e il 30 settembre 1970 lasciavo il Seminario per Milano.
   Queste tue pagine mi hanno fatto rivivere quel clima di grandi passioni e di speranze deluse, condivise insieme ai nostri ragazzi tra le mura del Seminario, con diversi giovani preti della Diocesi e tanto popolo di Dio che aspettava il cambiamento. Fin dai primi mesi del mio nuovo incarico in Diocesi, dopo gli studi teologici  a Roma e Heidelberg, ho speso tutte le mie forze per illustrare le novità del Concilio Vaticano II e proporre, in conferenze e lezioni di teologia, il nuovo modello di Chiesa, poi nel 1968 condensato nel mio “Chiesa che cambia” (che farò adottare nel 1969 come manuale di Religione nelle classi liceali del Seminario).
   Ho seguito da vicino il tuo appassionato impegno per il rinnovamento dell’istituzione formativa del Seminario, ho partecipato ai tanti incontri tra docenti, formatori, studenti, gruppi di preti e istituzioni diocesane, parrocchie, comunità religiose. Giovane come te (nel 1966 avevo 28 anni, 5 più di te), condividevo le difficoltà dei nostri giovani e mi sentivo a loro fianco: nel modo di fare filosofia e teologia, sognando insieme a loro una Chiesa che pareva soffrire le doglie del parto, osteggiato e mal sopportato  da un bel gruppo di colleghi del Seminario e alcune figure di spicco del mondo ecclesiastico diocesano.
   Alla fine del terzo anno d’insegnamento maturavo la decisione di rinunciare all’incarico e concludevo l’esperienza al termine dell’anno successivo (30 settembre 1970). La ragione principale era il convincimento che il mio modo di credere e di far teologia (e filosofia) non avrebbe aiutato i futuri preti a vivere serenamente il loro sacerdozio in parrocchie saldamente chiuse nelle loro tradizioni e ritualità, con qualche timida apertura ai nuovi tempi e alle novità conciliari  (la riscoperta della Bibbia, la liturgia in lingua friulana, il dialogo tra le Chiese, l’apertura al Terzo Mondo,  l’impegno per la giustizia sociale, la pace…). Io avevo già stabilito dei solidi rapporti economici e culturali con le Edizioni Paoline di Roma e l’editrice Queriniana di Brescia. Ma questi preti novelli avrebbero retto al confronto con i loro parroci, le comunità, le autorità diocesane? Segni di grande disagio si notavano chiari nei nostri studenti. Uno per tuiti: i partecipanti (mi pare fossero 6-7 liceali) che avevano conseguito, da esterni, il diploma di maturità allo Stellini avevano lasciato in blocco il Seminario. Li ritroverò negli anni ad esercitare la professione di medico, infermiere, politico, funzionario regionale, papà di famiglia, insegnante… Avevano perso la speranza di realizzarsi tra le mura di un Seminario. Con un diploma in mano lasciavano gli ormeggi e sceglievano il mare grande.                                        
Un paio d’anni dopo (1972) una scelta analoga l’hai fatta anche tu, come leggo nel tuo Memorandum del marzo 1972 pubblicato su “Proposta”. Io ero già a Milano. Gli ultimi svolgimenti e il tuo epilogo li apprendo ora,  nei dettagli, da questa tua pubblicazione, che a distanza di cinquant’anni m’impone qualche riflessione che vorrei comunicarti: da amico che ti ha sempre stimato e compagno di viaggio. Di allora, di oggi e di domani.
Per chiarezza, procedo per punti.

  1. La crisi dell’istituzione Seminario di quegli anni – e dei suoi studenti, formatori, insegnanti – non può essere letta semplicemente in un’ottica clericale. Essa non nasce né trova sbocco in un’area meramente ecclesiale. Ha radici più profonde e complesse. Alla fine della seconda guerra mondiale era nata una nuova società e si apriva una nuova fase della storia, quella che poi prenderà il nome di post-modernità, quando tutti i punti di riferimento (politici, economici, culturali e pure religiosi: pensa soltanto alla nascita del movimento ecumenico e alla nuova morale cattolica) diventavano fluidi. Dio è morto, la fine del cristianesimo convenzionale, il bisogno di un grande cambiamento, che si concretizzò nel Concilio Vaticano II (che per il nostro arcivescovo Zaffonato si risolveva in una specie di Sinodo diocesano su scala allargata).
  2. Seppur da bambino (nato nel 1938), io ho vissuto il travaglio di quel trapasso: dalla guerra alla pace, dalla civiltà contadina alla grande emigrazione, la prima industrializzazione, il boom, il benessere diffuso, la libertà di pensiero e di ricerca, il bisogno di autenticità. Negli anni 1958-1963 io studiavo alla Gregoriana di Roma e respiravo l’aria dei nuovi tempi (si parlava di una “primavera della Chiesa”). E soffrivo per le incongruenze, ritardi, insensibilità. Anch’io ho sofferto una “crisi di vocazione”, al punto che, poco prima della mia ordinazione, stavo per abbandonare il Seminario e far rientro a Udine. Fu la speranza nel nuovo Concilio (indetto nel Natale del 1961) a farmi scommettere, alla vigilia della mia ordinazione sacerdotale (marzo 1962), su un futuro da impegnare all’interno di una Chiesa che sicuramente si sarebbe rinnovata. Come dire che, se non si fosse poi rinnovata, mi avrebbe creato difficoltà nella vita da prete.
  3. La mia teologia universitaria della Gregoriana era, tutto sommato, di stampo tradizionale, ma comunque aperta al dialogo. Nel quinto anno, preparandomi, alla laurea, mi iscrissi a corsi speciali (storia della Chiesa, ecclesiologia protestante, movimento ecumenico), a studiare la lingua tedesca, a trascorrere le vacanze estive in Germania con  gli operai e in Inghilterra, per poi trasferirmi ad Heidelberg e studiare in quell’università luterana. Seppur con tanti condizionamenti, ho avuto la fortuna di sentirmi libero. Quella fortuna di cui avrebbero potuto – dovuto – godere anche i nostri ragazzi. Ora, da insegnante di teologia. a Udine mi rivedevo nei miei studenti che soffrivano le mie stesse tensioni e aspiravano ad orizzonti più ampi e sereni.
  4. Stessi problemi e stesse aspirazioni, ma nel Seminario Lombardo e Gregoriana di Roma un mondo aperto, nel Seminario di Udine un mondo chiuso, compresso, lontano dai fermenti culturali e teologici. E distante dalle passioni che animarono tante persone prima del Concilio, strette nella morsa tra progressisti e tradizionalisti,  favorevoli o contrari al rinnovamento conciliare. Quando penso alle discussioni, confronti, progetti di quegli anni, rivivo battaglie condotte all’interno di una bottiglia, vincenti e sconfitti ma comunque prigionieri in una bottiglia dal tappo sigillato. 

Questa, caro Erminio, l’esperienza che abbiamo vissuto insieme e che tu delinei con tanta passione in questa raccolta di memorie giovanili. E’ stato un brano della nostra vita che ci ha fatto anche soffrire, ma pure confermato nelle nostre passioni. Abbiamo scritto un pezzo della nostra storia e indicato il futuro di una Chiesa che ora disvela, pur con tante difficoltà, ad un mondo che cerca il senso del vivere e del lottare. Mandi



don Dino Pezzetta
già docente di Storia della Filosofia e Teologia Dogmatica

Osoppo, 22 giugno 2020

(Don Dino Pezzetta è deceduto improvvisamente il 12 settembre 2020, poco prima della pubblicazione di questo suo scritto)

 

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PINSIRS SUL SEMINARI

Ai let cun curiositât il libri di Erminio Polo par cirî di capî i mudaments da gleisje in cont di chê ‘struture’ destinade a dâ vite a nûfs preidis. Man man ch’i lavi indavant a lei, tas pagjinas al jessive bessol il parêli cul libri di pre Antoni Beline ‘La fabriche dai preidis’; doi moments diviers: un seminari tradizionâl chel di pre Antoni che al rive fintramai ai prins agns sessante e un seminari che dopo la riforme al cîr stradas novas, chel di Erminio Polo.
Di prin bot mi tornin indiment dôs azions impuartants ta suage dal seminari: ‘educâ’ (educare) e ‘formâ’ (formare); pre Antoni al spiegave in curt la diference: educâ al stave par tirâ fûr (e-ducere) ce che di biel e di bon ogni persone al à, formâ al stave par mudâ forme, plasmâ une persone secont un model stabilît. La diference no è da pouc. Tai timps di pre Antoni il ‘formâ’ al paronave cun dutas las conseguenças.
Das pagjinas di chest libri si capìs che la riforme conciliar da gleisje cu las sôs novitâts a à stentât un grum a lâ indavant e a cjapâ pît e par chel che a riguarde la rivoluzion dal seminari i sfuarçs di Polo e ‘compagns di aventure’ son finîts tal paltan di une gjerarchie masse voltas svuarbe o peade a strent a vecje/antighe concezion di gleisje.
Cussì i viodìn fruts e giovins tirâts sù sul stamp vecjo, ubidî e tasei, da emplâ tantche capuçs vueits cun nozions e dogmas cence pussibilitât di discussions o contestazions, cun scuelas internas privadas cence contats cul mont…
Al scrîf Polo: i preidis ai veve da jessi formâts a jessi vincidôrs, a vei simpri rason, a fâsi servî da perpetue e dai fedei, a no domandâ mai scûse…
Il libri al documente un arc di timp ch’al va dal 1965 al 1971 e si cjatin denti ducj i tentatîfs metûts in vôre par puartâ il seminari al pas cui timps, tal mieç da int in mût che la gioventût a ves podût coltâ la propie vocazion in contat cun chel mont che al mudave cence poste.
Viergiduras di no pouc cont.
Il tentatîf di svual, che al sameave dâ bogns êsits, al si è fermât cuintre la vereade da vecje mentalitât di buine part dai preidis che ai jodeve manaçâts il lôr podei, la lôr autoritât, la lôr religjon e tra chescj encje cualchi professôr dal seminari che nol lave plui in la da sô lezion catedratiche e, par certs aspiets, ditatoriâl.
Al è clâr che in chestas pagjinas si lei une part da veretât e di sigûr tai agns tratâts no dut al è stât negatîf, a è in ogni mût une testemoneance di un mont, chel dal seminari.
Mi plâs meti in lûs, fra i tancj, doi particolârs che si spieilin tai doi libris a dimostrazion di cetante ch’a stente la gleisje (intindude come gjerarchie e gleseam) a stâ daûr ai timps.
Il prin: la sessualitât. Son passâts agns, ma chest teme nol è vivût cun serenitât e normalitât, ma simpri ta suage dal pecjât.
Il secont: il seminarist o il preidi ch’al lasse. Une condane a vite. Une gleisje che a bandone cui che, tal timp, al fâs la sô sielte di vite no è cristiane; ai conossût cualchidun in cheste situazion che invesse di jessi judât a tornâ tal mont a integrâsi ta societât al è stât completamenti ignorât e isolât.
Cheste no è di sigûr un gleisje ch’a vîf tal spirit dal Vanseli.
Cemût eise la situazion voi?
Par chel pouc che al è dât di viodi alc al sta cambiant, i pensi che encje chest lavôr di Erminio Polo al podi judâ i sorestants da gleisje a no tornâ a cometi sbalgjos già fats adalunc tai agns.  

Celestino Vezzi
animadôr culturâl televisîf e no dome

 

Çurçuvint, 7 di otobar dal 2020

 

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SOLO CINQUANT'ANNI FA...

Venerdì scorso 9 ottobre alle ore 20.00, nella chiesa di S. Maria Assunta in Udine, si è tenuto un incontro organizzato dagli amici di Erminio Polo per presentare il suo recente libro, Il Seminario di Udine 1965-71, in presenza e col contributo del’autore.
Don Franco Saccavini, parroco della chiesa di S.Maria Assunta, ha introdotto la serata mettendo in evidenza l’attualità del tema presente nel libro di Erminio ed in particolare la dialettica tra il conservatorismo di un paradigma gerarchico e clericale e il cambiamento provocato della Parola che si incarna nell’attualità del nuovo paradigma di un mondo in trasformazione verso ideali di umanità e giustizia sociale.
Nino Moro, dopo aver ringraziato: Mario Grosso, ideatore dell’incontro; Glesie Furlane nella persona di Roberto Bertossi editore del libro; Alfio Englaro curatore del sito Cjargne online dove sono apparse le preziose recensioni-testimonianze riferite al testo, ma soprattutto all’esperienza vissuta assieme ad Erminio, presenta brevemente il contenuto dell’opera sottolineando l’entusiasmo, la passione, l’impegno, l’amore dimostrati dall’allora don Erminio, educatore esemplare a suo parere e la documentata, chiara, veridica rappresentazione che ha voluto ricostruire a mente e cuore sereni. Ha rilevato inoltre che l’interesse suscitato dal libro di Erminio è evidenziato nelle testimonianze, di segno diverso, pubblicate da Alfio Englaro nella sezione I libris di Cjargne online; la più significativa è stata per lui quella di Celestino Vezzi, proprio perché proveniente da un lettore completamente estraneo alle vicende raccontate, il quale si augura che questo contributo serva ai sorestants de glesie ca a no tornin a cometi chei sbaglios bielgjà faz a lunc tai agns. Ha citato anche come sintesi di un sentimento molto diffuso, le parole espresse da Fausto Buzzi:“Quanto Erminio ha seminato ha inciso profondamente sulle persone, a prescindere dalla strada poi intrapresa nella vita di ciascuno”. Il pregio del libro di Erminio, ha continuato il relatore, è dato dalla copiosa documentazione e dalle testimonianze presentate a supporto dell' esperienza messa in atto e ben sostenuta da ragioni teologiche, pedagogiche, culturali e sociali. Per molti giovani quel progetto fu l’utopia che permise al sogno, pur effimero, di realizzarsi e nello stesso tempo fu un orientamento e un programma di vita. Ha poi concluso con un richiamo all’attualità e relativo alla Chiesa locale e universale dove continui e forti sono gli attacchi a Papa Francesco e alla sua opera. Frange di nostalgici conservatori, che esibiscono vesti, dottrine ed espressioni preconciliari, sono presenti oggi tra il clero anche giovane della nostra diocesi, a riproporre quel modello richiamato da Erminio per cui “…I predis a vevin di iessi formats a iessi vincitors, a ve simpri rason, a fasi servì da perpetue e dai fedei, a no domandà mai scuse…”. La lettura del libro sul Seminario di Udine di Erminio Polo può quindi aiutarci a smascherare le trame di potere ancora presenti nella Chiesa e che sconcertano non poco quanti umilmente credono nella necessità di rinnovare l’esperienza cristiana seguendo il Vangelo. Infine ha espresso il rimpianto che è rimasto in quanti hanno creduto in quell’esperienza rivoluzionaria, citando Bonhoeffer: “Non è nostro compito predire il giorno, ma quel giorno verrà, in cui degli uomini saranno chiamati a pronunciare la parola di Dio in modo tale che il mondo ne sarà cambiato e rinnovato. Sarà un linguaggio nuovo, forse completamente non religioso”.
Erminio Polo prende la parola e precisa il suo ruolo all’interno del gruppo dirigente dove lui  agiva da animatore e guida, più che da superiore e garante della disciplina. Ci tiene ad affermare con decisione che il libro, ma soprattutto quanto di positivo è stato realizzato in quegli  anni, sono nati e sviluppati come esperienza collettiva. La sua proposta di cambiamento, oltre che da profondi convincimenti personali, è stata resa possibile grazie al terreno fertile del seminario di allora, rappresentato dal fervore, dall’entusiasmo, dai sogni e bisogni dei tanti giovani che ha incontrato sulla sua strada. Lui si è limitato a dar voce, ad interpretare, a sostenere queste aspirazioni di crescita libera e responsabile. Ha poi concluso ringraziando la moglie Lucia e i due figli per l’aiuto che gli hanno dato nella stesura dell’opera.
Il previsto intervento di Giancarlo Pinosa, al tempo direttore spirituale nel seminario minore di Castellerio, anche lui assieme al vicerettore don Pierino Del Fabbro protagonista di un effimero tentativo di riforma, è stato sostituito dalla lettura di una testimonianza scritta, data l’impossibilità ad essere presente.
Don Pierluigi Di Piazza ha continuato l’incontro proponendo la sua esperienza all’interno di una struttura che ha definito “totalizzante”, mutuando un’espressione già usata da pre Toni Bellina. Fu la grotta e il rifugio della sua Tualis a metterlo al riparo, protetto e ancorato agli affetti e alle radici della sua famiglia. E’ stato proprio Erminio a renderlo consapevole, molti anni dopo il seminario, della maturazione che lo aveva portato, da uno stato di chiusura e di isolamento estremo, a quell’attivismo di dimensione planetaria concretizzato nell’esperienza del “Centro Balducci”. Importanti furono anche i numerosi colloqui, alla Nicodemo, segretamente intrattenuti con Erminio nella sua stanza nel reparto professori che hanno avuto grande importanza nell’orientamento e nelle scelte future. Pierluigi ha richiamato poi l’enciclica Gaudium e Spes affermando che tuttora resta lettera morta nella prassi della Chiesa, laddove annuncia l’intima unione della Chiesa con l’intera famiglia umana: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”. Perciò la comunità dei cristiani dovrebbe sentirsi realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia. Questa era la strada indicata dal Concilio e a questo  imperativo si tentò di dar forma negli anni di passione, entusiasmo e impegno puntando al rinnovamento del Seminario di Udine. Si può a ragione allora parlare di utopia, nel senso etimologico del termine, intesa come tensione prospettica verso un luogo che non c’è ancora ma che è possibile realizzare, come ben chiarito anche da Nino Moro. Gli scandali sempre più frequenti, conclude don Pierluigi, fanno pensare non tanto a delle singole debolezze e fragilità, sempre possibili e comprensibili, quanto ad un sistema consolidato e piegato a logiche ben lontane dal messaggio evangelico. Oggi come allora e più di allora, è necessario rifarsi al messaggio di Gesù e alle intenzioni di riforma indicate dal Concilio.
Concluso l’intervento di don Pierluigi si è aperto lo spazio per gli interventi delle persone presenti che sono stati numerosi.
E’ stata data voce alle testimonianze della Lega missionaria, ricordando il grande lavoro svolto in quegli anni da Erminio non solo all’interno dell’associazione, ma diretto ad un’integrazione con l’esperienza del seminario e che risultò fruttuosa nell’una e nell’altra direzione.
Infine è emerso il desiderio condiviso che vi siano altri momenti di incontro e di riflessione, non tanto per ricordare un passato, quanto per confrontarsi sulla situazione odierna, sulle scelte, sull’ impegno a proseguire lungo quella via tracciata da Erminio e condivisa da molti, ancora oggi come allora.

PS. Si chiede agli intervenuti che lo desiderano, di inviare il testo del loro contributo per maggiore completezza.

Udine, 9 ottobre 2020

a cura di
Silvio Molinari

 

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LA MIA ESPERIENZA DI PADRE SPIRITUALE IN SEMINARIO

Nel settembre 1968, dopo 2 anni di esperienza pastorale a Magnano in Riviera come cappellano, ho accettato volentieri  l’incarico di padre spirituale nel seminario di Castellerio con un grande desiderio, che era poi anche uno dei miei ideali di giovane prete.
Volevo trasmettere ai ragazzi del seminario una carica di entusiasmo e soprattutto l’apertura mentale che un aspirante al Sacerdozio doveva avere su tutti gli aspetti della vita a partire dalla concezione della propria esistenza come dono agli altri.
I superiori, specialmente il Rettore, erano convinti che nel seminario ci fossero i migliori ragazzi della diocesi.
Io invece, ritenevo che quei ragazzi fossero normali ragazzi con tutti i pregi e difetti dei giovani, ma che si potevano educare a grandi valori, quali la generosità, la gratuità, il volontariato, l’altruismo e sempre con uno spirito di libertà interiore profonda.
Prima di tutto ho voluto conoscerli meglio per rendermi conto della realtà di base da cui partire.
E per questo approfondimento ho voluto fare alcune scelte semplici ma concrete: per prima cosa, invece di mangiare alla mensa dei superiori e professori, andavo a pranzo e a cena in mezzo ai ragazzi in refettorio, mangiando quello che veniva proposto loro. Questo mi permetteva di parlare coi ragazzi direttamente e di osservarli nei loro comportamenti usuali e reali.
Ma questo modo di fare non era accettato dal Rettore e da alcuni professori (i più anziani), tanto che un giorno il Rettore mi ha rimproverato dicendomi: “Allora dobbiamo andare anche tutti noi superiori e professori a mangiare con i ragazzi ?”
Ho semplicemente risposto: “Non siete obbligati, fate solo la vostra libera scelta di coscienza.”
Altra esperienza innovativa, anche se poteva sembrare marginale, ma non lo era, è stata quella di giocare tante partite di pallone insieme ai ragazzi, soprattutto quelli più grandi.
Questo mi permetteva di intervenire direttamente nel caso di contese e di liti tra giocatori, insegnando a risolvere bonariamente gli scontri personali e a moderare il carattere evitando rancori e arrabbiature inutili.
Anche questa esperienza mi consentiva di conoscere subito il carattere dei singoli per aiutarli poi a migliorare e a lavorare su di sé per maturare pian piano la propria personalità.
Spesso nel pomeriggio all’ora di libera uscita andavo a passeggio assieme a qualche classe e anche questo mi consentiva un contatto diretto con i singoli ragazzi, ascoltandoli e aiutandoli a ragionare con la propria testa, correggendo atteggiamenti sbagliati o menefreghisti.
Sempre con l’intento di osservare e conoscere meglio i ragazzi nella loro vita quotidiana, talora andavo nelle classi durante le ore di studio e mi sedevo in un banco vuoto, leggendo qualche libro.
Se qualche ragazzo desiderava parlare con me, uscivamo in cortile e camminando sù e giù, potevamo conversare tranquillamente, senza andare nello studio del padre spirituale.
Anzi, cercavo piano piano di evitare i soliti assembramenti nell’anticamera del padre spirituale: dove si aspettava di entrare uno alla volta, sprecando tanto tempo di studio.
Infatti preferivo contattare i ragazzi camminando in cortile, almeno quando era bel tempo.
Tutte queste novità però costituivano una contraddizione rispetto alla tradizionale figura del padre spirituale e non andava bene né al Rettore né a diversi professori, soprattutto ai più anziani.
Ero accusato poi di dare cattivo esempio ai ragazzi perché quando veniva il Vescovo in visita al seminario di Castellerio, nel salutarlo gli stringevo rispettosamente la mano senza baciargli l’anello e senza fare la genuflessione, come facevano invece il Rettore e tutti i professori. Un giorno il Rettore mi ha chiesto la ragione di questo mio comportamento deplorevole.
Al chè gli ho risposto: “Vede, Monsignore, per me il Vescovo è “il padre”….di me e di tutti gli altri sacerdoti. E io non mi sono mai sognato, nel salutare mio padre, di baciargli la mano e tanto meno di inginocchiarmi davanti a lui.”
Ma questa risposta non lo ha soddisfatto e Mons. Zaffonato però non mi ha mai fatto alcuna osservazione in merito.
Se poi aggiungo che le mie “prediche” e i miei discorsi comunitari ai ragazzi erano improntati a un grande senso di libertà interiore, di generosità d’animo nonché alla necessità di cambiamento di regole e comportamenti personali e comunitari, - erano gli anni 1968/69 – allora stavo creando i presupposti per un cambiamento radicale, non solo della figura del padre spirituale in seminario, ma soprattutto della formazione dei seminaristi.
Non è il caso di dilungarmi qui a elencare i tanti argomenti trattati con i ragazzi in maniera nuova e un po’ rivoluzionaria per quei tempi: il tutto era presentato sempre con uno spirito nuovo e con una grande apertura mentale, come suggeriva il Concilio Vaticano II°, cercando di infondere nei ragazzi tanta serenità e gioia nell’affrontare i problemi propri della loro età.
Ad ogni modo un cambiamento avvenne nell’anno scolastico seguente, anche per intervento di alcuni professori giovani. Su questo argomento potrà parlare diffusamente don Pietro Del Fabbro invitato a questo incontro.
In sintesi: si divisero le classi e i ragazzi in 4 gruppi con 4 sacerdoti responsabili che avevano la funzione di assistenza e di direzione spirituale: don Pietro Del Fabbro, don Massimiliano Zanandrea, don Marco Del Fabro e il sottoscritto.
Ma l’esperimento non durò; infatti l’anno dopo si tornò al vecchio sistema, soprattutto per l’influsso del clero diocesano.
Questa esperienza comunque mi ha fatto capire che anche nella diocesi udinese, come in tutta la Chiesa, non è facile introdurre innovazioni che allora, se a taluni potevano sembrare a ragion veduta senz’altro positive, ad altri risultavano negative se non addirittura scandalose.
Cari saluti a tutti i convenuti, spiacente di non poter essere presente.

Giancarlo Pinosa

Udine 9.10.2020

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UN GRANDE SENSO DI ABBANDONO...

Mi permetto di iniziare esprimendo l'amicizia con Giorgio Peressotti, mio parrocchiano quando ero cappellano a S.Quirino qui a Udine. Uno dei ricordi più vivi di quell’esperienza è proprio la mancata predica del Natale 1970, preparata insieme al gruppo giovanile, venne letta da Giorgio stesso, suscitando scandalo perché io non avevo predicato quella sera!

Voglio qui confidare il grande senso di abbandono da parte del vescovo Zaffonato che provai quando ho espresso di ritirarmi. Non si chiese come avrei fatto a sopravvivere. Fu la provvidenza a venirmi incontro in quel frangente drammatico e inaspettatamente trovai qualcuno che mi ha soccorso. Avevo 32 anni, mi trasferii a Milano e riuscii a trovare impiego nel Comune. Frequentando la scuola serale sono riuscito a conseguire il Diploma Magistrale, gli studi precedenti non avevano riconoscimento alcuno. Furono anni di grande sofferenza... Adesso sono diventato felicemente nonno!

Leggendo il libro di Erminio ho dovuto ripensare ai miei ultimi anni di seminario e ho ​ trovato che tanti miei compagni hanno partecipato nella stesura del periodico Relais mentre io invece ricordo che ero assente in questa ricerca di democratizzazione della vita all'interno del Seminario, perché allora ero troppo preoccupato di arrivare in fondo al cammino senza dare motivo ai superiori di lagnarsi di me.

Solo una volta uscito, al di fuori del seminario, anche se cappellano in una parrocchia, ho trovato a poco a poco la forza ed il coraggio di scegliere la mia strada.

Tutto qui. Ringrazio Nino che mi ha cercato a casa perchè non mancassi a questo incontro e sono grato a quanti hanno fatto della propria vita un servizio ai fratelli: Giorgio col suo forte e continuo impegno nel sociale, Nino che dedica parte della sua vita in Guatemala, e soprattutto Pierluigi Di Piazza e Franco Saccavini per tutta la loro vita dedicata agli ultimi.

Tutto questo è merito anche della fatica di “essere” di Erminio Polo. Erminio il lavoro che hai fatto in quel periodo, anni 65-71, ha avuto i suoi frutti e “risultati di vita” nelle persone. Lo testimoniano i tanti amici presenti questa sera.

Claudio Comuzzi

Udine, 9.10.2020

 

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