MANDATE A DIRE ALL'IMPERATORE

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Aggiornamenti

 

La dedica che Pierluigi Cappello ha voluto apporre al volumetto a me inviato recita: “a un cjargnel da bande di un cuasi cjargnel” quasi a sottolineare così le sue origini di parte materna (una Maieron dell’Alta Valle del But). Questa netta e spontanea autodichiarazione mi ha così “costretto” (con sconfinato piacere) ad arruolare questo autore tra i carnici e ad inserirlo, con l’autorevolezza che merita (e che cercherò di spiegare), nella nostra biblioteca di Carnia.

Una necessaria premessa
Chi redige queste recensioni non è assolutamente un critico letterario (né ci tiene ad esserlo) non avendo affatto gli strumenti specifici per svolgere un tale ruolo. Tuttavia, di fronte ad un testo letterario (prosa o poesia), si pone sempre in atteggiamento di attenta curiosità, cercando di cogliere (come di fronte ad un dipinto) le suggestioni e le riflessioni che l’opera intellettuale suscita. Certamente di fronte alla poesia risulta assai più arduo esprimere considerazioni, se non altro perché la poesia, diversamente dalla prosa, utilizza degli stili e degli accorgimenti espressivi che occorre decrittare quando non tradurre. Per tutti questi motivi una stessa poesia può generare emozioni e meditazioni assai diverse (a volte contrastanti) nei vari lettori, al punto che la medesima può a taluni apparire un capolavoro, ad altri solo una mediocre esibizione personale.

Tre cose importanti
Fatta questa necessaria premessa, debbo aggiungere (prima delle considerazioni sulla poesia dell’autore) alcune brevissime note biografiche su Pierluigi Cappello, che ho avuto la fortuna e il piacere di incontrare recentemente, in modo casuale, proprio in Carnia, attraverso l’amico comune Paolo Agostinis... La prima cosa che mi ha colpito di questo giovane 44enne è stata la sua grande, solare e non finta serenità interiore che si palesa esteriormente con ampi e discreti sorrisi, mai disgiunti da schietto e pronto dialogo su qualsiasi argomento. Il secondo aspetto che mi ha impressionato è stata la sua condizione fisica di certa fragilità: dall’età di 18 anni vive su una carrozzina a causa di una paraplegia provocata da un grave incidente della strada. La terza situazione che mi ha stupito è l’avere appreso che Pierluigi Cappello, residente a Tricesimo, vive e porta avanti le sue fatiche letterarie in un piccolo prefabbricato in legno donato dal governo austriaco al Friuli nell’anno terremoto, il 1976. Una scelta personalissima dettata dalla volontà di vivere accanto all’amatissimo padre, recentemente scomparso in non vecchia età, ma fino ad allora ricoverato nella prospiciente Casa di Riposo a motivo di gravi condizioni psico-fisiche croniche.

Il tema di fondo
Solo avendo a mente tutti questi elementi, ho cominciato a sfogliare lentamente questo agile volumetto che contiene circa 40 componimenti poetici, di varia lunghezza. A mano a mano che leggevo e mi addentravo nella poetica dell’autore, sforzandomi di coglierne le coordinate essenziali, ho avuto immediata conferma di una mia non nuova intuizione: solamente il dolore e la sofferenza (fisici o psicologici) costituiscono il torchio naturale da cui viene distillata la poesia più pura e più cristallina, quella autentica, percepita o avvertita da una amplissima platea, socialmente e culturalmente assai diversificata; senza l’azione di questo essenziale e insostituibile torchio, ci confrontiamo solamente con esercizi letterari e di stile che durano lo spazio di un mattino, effemeridi.

Un ardito parallelismo
Ed il mio pensiero è volato dritto dritto al Leopardi (con il quale mi sforzerò, si licet parva componere magnis, di approntare dei collegamenti) per i motivi che andrò brevemente ad elencare:
- Il tema del dolore e della sofferenza costituisce l’asse portante della poesia di entrambi i poeti ma mentre in Leopardi questo sentimento è esibito, quasi ostentato, a volte urlato, universalizzato, nel nostro autore appare sempre sobrio nascosto sottotraccia pudico, ma non per questo meno acuto e profondo, anzi direi dotato di una straordinaria pervasività che si avverte e si percepisce ad ogni riga, ad ogni evocazione, ad ogni sussulto.
- Il dolore e la sofferenza di entrambi derivano certamente da una situazione fisica e psicologica particolare ma, se è qui lecito dirlo, mentre il Leopardi, nobile e ricco di famiglia seppure decaduta, aveva conservato una sua autonomia fisica e aveva comunque avuto la possibilità di girare mezza Italia (spesso anche divertendosi) con l’amico del cuore Antonio Ranieri; Pierluigi Cappello, che da ragazzo correva i 100 metri in 11 secondi e 2 decimi e che sognava di diventare pilota di aereo, soffre oggi di una situazione psico-fisica assai più grave e di una condizione economica di pura essenzialità, nonostante il recente e limitato clangore mass-mediatico dovuto all’ultimo significativo premio letterario.
- La profonda sofferenza del recanatese parte quasi sempre (e si sviluppa poi), oltre che dalla sua debole “congenita complessione fisica”, dal non corrisposto sentimento amoroso e comunque dalla personale esperienza negativa della adolescenza e della gioventù; da questo non appagato sentimento umano derivano successivamente la negativissima visione della società e del mondo ed il pessimismo cosmico leopardiano. Il dolore e la sofferenza di Pierluigi Cappello, sorti dopo un periodo di vita assolutamente normale, hanno un’origine improvvisa e diversa; traggono nutrimento dalla profondità delle sue viscere, dalla sua carne viva eppure immota, dalla sensazione della insensibilità di una parte di sè, dalla consapevolezza di essere prigioniero di un corpo fragilissimo ed esposto a tutte le avversità… Certamente anche il tema dell’esperienza amorosa si affaccia sovente nella poesia di Pierluigi ma è sempre lieve, carezzevole, leggera, mai impetuosa, mai totalizzante né totalmente assorbente.
- La famiglia (e specialmente il padre Monaldo) non vengono mai evocati dal Leopardi nella sua varia e grandiosa poesia; per i genitori Giacomo nutriva scarso sentimento filiale (forse un po’ solo per la madre Adelaide) avendo sempre attribuito anche alla severità paterna e del casato gran parte delle proprie disgrazie giovanili. Pierluigi Cappello mostra nei suoi componimenti un affetto ed una venerazione straordinari nei confronti del padre, che rappresenta una figura importantissima, al punto che il poeta ha  scelto addirittura di andare a vivere vicino a lui... Due diversissimi atteggiamenti dunque che non solo rispecchiano due diversi stati d’animo nei confronti del genitore ma che palesano una diversa sensibilità e percezione della realtà umana e della famiglia, che non possono quindi non emergere in poesia.
- Tanto il verso leopardiano è musicale, arioso, costituisce una sinfonia sublime di note e di arpeggi con assonanze e consonanze di altissima efficacia poetica e lirica, quanto il verso di Pierluigi Cappello è nervoso, spezzato, immediato, tagliente, ostico e legnoso. Il dolore (autentico) di Giacomo viene quasi rarefatto e sublimato nella realizzazione di una metrica di gran pregio e indimenticabile; il dolore di Pierluigi (autentico) si riversa immutato nei versi né viene coltivato e guarnito con espressioni letterarie soavi o ricercate ancorchè dal preciso significato. Ecco la domanda: è questo un frutto ancora immaturo e asprigno che richiede tempo di affinamento e di levigatura oppure questa è la cifra letteraria e poetica peculiare di Pierluigi Cappello? Non lo sappiamo; l’autore dovrà una risposta.
- Leopardi si rifà grandemente al Petrarca di cui mutua la poetica, spesso la tematica e volentieri anche lo stile (più volte ho letto a persone acculturate brani petrarcheschi subito scambiati per leopardiani!). Pierluigi Cappello non sembra avere un modello letterario precostituito, almeno così a me pare. Credo comunque che il verso e lo stile di Cappello siano originali e spontanei, solo blandamente e fugacemente condizionati da autori moderni che però conosco poco e non mi esaltano affatto, forse anche perché troppo stipati nei sorvegliati recinti di una critica letteraria orientata e occhiuta che non concede troppa libertà di movimento essendo in grado di magnificare o di stroncare qualsiasi neofita privo di padrinaggio.
- Entrambi i poeti si affidano al mezzo poetico e lo utilizzano come arma catartica e strumento di riscatto non solo culturale ma anche e soprattutto sociale, trovandosi entrambi in una situazione personale di importante disagio fisico che richiede doti sovrumane per accettarlo, addomesticarlo e superarlo, sapendo di poterlo e doverlo fare solamente attraverso la poesia.

Il profilo di questa antologia
Questa raccolta di poesie "MANDATE A DIRE ALL’IMPERATORE" ha vinto nel 2010 il premio nazionale italiano VIAREGGIO per la poesia. Ricordo che l’unico friulano a vincere tale prestigioso riconoscimento era stato finora solo Pierpaolo Pasolini negli anni ’60/70 del secolo scorso! E tanto basti. Ora solo alcune considerazioni:
1. Innanzitutto il titolo si richiama volutamente ad un racconto di F. Kafka ma il senso è capovolto: questa volta è il suddito che manda a dire all’imperatore… La realtà viene presentata dal basso, da chi la vive giorno per giorno, nel cuore dei giorni della vita. Novità solo di immagine oppure sostanziale?
2. Occorre subito dire che si tratta di una poesia non facile, di non immediata comprensione né, a volte, di scorrevole lettura. Ti costringe a fermarti, a riflettere, a compiere sforzi di intelligenza… A tratti appare misteriosa quasi ermetica spesso enigmatica o indecifrabile, e sembra assumere caratteri e atteggiamenti quasi elitari. Occorre leggere e rileggere per coglierne il lampo, l’intuizione, il recondito messaggio, l’attimo fuggente fissato in un fermo-immagine...
3. Le tematiche che fanno da corolla al nucleo di fondo sono svariate: il luogo di nascita (i boschi di Scluse, il greto del Fella, i prati, il cielo…); i ricordi dell’infanzia (una lunga serie di nomi evocati e stilizzati in brevissime parole); il padre malato (che rappresenta un punto fermo ed essenziale di tantissimi componimenti e forse una rappresentazione fisica del dolore); la solitudine (richiamata con amore/odio più volte); l’amore della donna (mai angelicata né idealizzata ma viva e reale); il progresso ambiguo (osservato nei lavori dell’autostrada); richiami ancestrali; la morte (dipinta con toni mansueti)…
4. Non si avverte propriamente una fede religiosa chiaramente espressa anche se a volte affiora un riferimento alla preghiera, a un amen, a un’ immateriale impalpabile e indefinita entità che pare osservare lontana (disinteressata? pascoliana?) la scena umana.
5. L’aspetto squisitamente onirico del poeta si riscontra in vari componimenti, maggiormente nel poemetto finale “La strada della sete” dove ci si deve immedesimare nella mente fantastica dell’autore per riuscire a decifrare un percorso singolare che lascia perplessi e sorpresi se non frastornati.
6. A tratti mi è parso di intravedere un istantaneo ammiccamento a Montale (luglio domenica), ho intravisto per un attimo Pascoli (i tuoi piedini nel sole) e perfino Catullo/Ovidio (cence di te cun te/nec tecum nec sine te vivere possum), ammiccamenti sicuramente involontari, subconscie reminiscenze forse di passate diuturne letture…
7. Ritengo che le poche annotazioni finali dell’autore non soddisfino del tutto l’esigenza di esegesi che cresce via via durante la lettura dei testi e che i fruitori meno dotati culturalmente reclameranno di certo.
8. Enucleo solo alcune perle:
…la memoria di voi che trema in noi come una stella incoronata di buio
sul filo teso tra la preghiera e il canto
…stanno ferme le mie parole come navi in bottiglia
…la dignità delle tue mani si è svenata in dolcezza
…non si muoveva un solo rumore né una sola evidenza animava al soprassalto
…il tempo si è diviso grano a grano

Premi letterari
Pierluigi Cappello ha già pubblicato su varie riviste letterarie specializzate, ha fondato e diretto “La barca di Babele”, ha raccolto una prima parte dei suoi versi in “Assetto di volo” (Milano 2006) e in “Il dio del mare” (Biella 2008).
Questo poeta inoltre ha già vinto altri importantissimi PREMI PER LA POESIA:
1998 San Vito
1999 Lanciano
2004 Montale
2006 Pisa
2007 Bagutta Opera Prima
2007 San Pellegrino
2010 Premio Speciale Lago Verde

Inoltre ha vinto i seguenti PREMI PER MERITI PER CULTURA IN FVG:
2005 Premio Epifania
2010 Premio Malattia Della Vallata

 

Consigli finali
- A coloro che si vogliono avvicinare alla poesia di questo poeta, suggerisco caldamente di avere preliminarmente un contatto diretto col poeta nel corso di qualche serata letteraria cui egli partecipa sempre volentieri. Non è infatti possibile interpretare compiutamente la sua poesia né gustarla fino in fondo se non dopo aver fissato l’ immagine fisica dell’autore nella nostra memoria.
-  Al poeta suggerisco di ridurre drasticamente il fumo di sigaretta per consentire alla sua vena poetica di fluire copiosa e stimolante ancora per un numero considerevole di anni, a beneficio suo e di una sempre più ampio numero di uomini e donne del nostro tempo.
- A questo punto, so che il benevolo critico letterario il quale avrà avuto la pazienza (e la compiacenza) di leggere queste brevi note, scuoterà inesorabile la testa soggiungendo sommessamente: “Ne sutor ultra crepidam”. Risponderei volentieri che preferisco restare un libero sutor che un màitre à penser imbozzolato al seguito di qualcuno o di qualche corrente letteraria cui si deve render conto se non si vuole essere definitivamente emarginati. In questo mi sento “sgorloniano”: Carlo Sgorlon fu in vita certamente meritevole, per la sua importante vasta raffinata produzione letteraria, del Nobel per la letteratura, specie se confrontato con l’ultimo Nobel italiano in tale settore. Sgorlon non raggiunse mai neppure la candidatura nazionale a tale premio proprio perché, come ricordò egli stesso nella sua opera ultima (“La penna d’oro”), non ebbe alcun rapporto con l’establishment culturale che conta e decide.

Per chi volesse mettersi in comunicazione col poeta: [email protected]

 

Maggio 2012
Una situazione personale molto difficile

A fine anno 2011, è deceduta, dopo breve malattia, anche la mamma che costituiva per Pierluigi (dopo la scomparsa del padre) il riferimento esistenziale e l'insostituibile ancoraggio di speranza. Oggi anche questa figura materna è svanita e il nostro poeta si ritrova più solo che mai, tormentato da una serie infinita di problemi che solo in parte derivano dalla sua situazione fisica. Ora è alle prese anche con le molteplici burocrazie che affiorano in questi casi: pur vivendo egli ancora in un prefabbricato, deve occuparsi di tutte le problematiche relative alle successione, alle imposte, alla neonata IMU ecc., sobbarcandosi un peso non indifferente sia dal punto vista fisico che psicologico.
La legge Bacchelli, da molti invocata a suo favore, non ha avuto ancora alcuna applicazione e Pierluigi si dibatte in una situazione sempre più opprimente e soffocante, della quale maggiormente risente la sua vena poetica ma sicuramente ne sono messi a dura prova anche lo stomaco (e il fegato).
Poco potrà fare ancora la fraterna figura dell'amico medico Paolo Agostinis che si prodiga costantemente ad alleviarne un peso sempre più insopportabile.

Pare doveroso lanciare da questa postazione letteraria un pressante appello alle Istituzioni pubbliche competenti affinchè a questo uomo, umanamente fragile e solo, vengano quanto prima concessi quegli aiuti e quelle provvidenze in grado di liberarlo da una prigionia fisica e psicologica immeritata e terribile.
Pare oltremodo doveroso rivolgere un accorato invito ad amici e conoscenti affinchè siano presenti e vivi accanto a questo ragazzo fisicamente "povero" ma ricchissimo nell'animo e nel cuore, nella certezza che questa ricchezza interiore sarà il prezioso compenso che Pierluigi potrà e saprà offrire in cambio.

 

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