Le anime e le pietre

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"Sono Enrico Agostinis,
ma, ancor prima di presentarmi, una premessa. Non scrivo in lingua per precisa scelta, della quale risparmio le motivazioni che pure ci sono: diciamo che con la grafia ufficiale non riesco a rendere il culinòt. Dunque sin d'ora mi scuso per questa corrispondenza fra cargnelli in tagliano.
Dunque sono Enrico Agostinis, nato nella... prima metà del secolo scorso nel foresto (Milano, Lombardia: poteva andare meglio, ma anche molto peggio) da genitori entrambi culinòts. In casa si parlava culinòt, fino a quattro anni non ho parlato altro e in età scolare, ogni anno da giugno ai primi di ottobre, mi trasferivo a Collina presso una zia, il che mi ha consentito di parlare in lingua come un qualsiasi locale (e anzi, conservando un qualche vantaggio sugli autoctoni linguisticamente... contaminati). Anche in seguito non ho mai smesso di frequentare Collina, e soprattutto ora, che "ho un po' più di tempo", vi trascorro alcuni mesi l'anno, disseminati in tutte le stagioni.
Negli ultimi 25 anni (invecchiando...) mi sono... svegliato.
In culinòt ho scritto una sorta di fiaba per non-bambini, non tanto a scopo narrativo quanto di testimonianza della parlata e del linguaggio, testo presentato a San Simon 1995; successivamente mi sono occupato di demografia e onomastica, pubblicando due volumi:




il primo è questo (Le anime e le pietre, 2001) sugli andamenti demici della villa (popolazione e famiglie, le anime) nonché sull'onomastica di case e casate (le pietre).
Il secondo (I luoghi e la memoria, 2007) sulla toponomastica locale.
In buona sostanza diciamo che, insieme ad altre cose (europeo e cittadino del mondo, o apolide) sono culinòt...
"

Enrico Agostinis
gennaio 2015

 

Quanto sopra riportato è un breve estratto della presentazione delle sue opere, che l'autore, in maniera alquanto informale e schietta, ha voluto far precedere (via e-mail) alla spedizione postale del suo libro e che io ho voluto riproporre pari pari per il profondo sentire che vi si respira e la calda umanità che lascia trasparire...

Ma chi è Enrico Agostinis? non lo conosco nè personalmente nè per interposta persona, non so nulla di lui; ad una mia richiesta di avere alcuni suoi tratti biografici da inserire in questo nostro angusto spazio, si è subito schermito adducendo impalpabili ragioni... Dopo aver letto per intero questo suo primo libro, e dopo un attimo di personale smarrimento determinato da una strana sensazione di soggezione psicologico-culturale nei confronti di questo autore (è riuscito davvero a incutermi un po' di "timore reverenziale"), credo forse di essere in grado di delinearne la personalità disponendo di solo due, ma essenziali, coordinate:


- la sua scrittura: appare precisa, brillante, essenziale, accattivante, ricca di garbata ironia ed anche di apprezzatissima autoironia che sfiora la modestia; da queste caratteristiche si evince che il suo bagaglio culturale (amo ancora dire così) è di elevato e frastagliato profilo, quello cioè di un uomo non solo colto ma erudito, di una erudizione non libresca o mnemonica ma profonda e vasta, quale quella che può derivare solo da applicazione costante agli studi ed alla ricerca, affinata sicuramente da precedenti importanti impegni letterari a noi peraltro sconosciuti.
- il suo metodo: rigoroso in ogni pagina, scientifico fino a riconoscere sfere non di sua competenza, minuzioso fino ad una precisione da orologiaio, meticoloso fino quasi (a volte) alla pedanteria, esaustivo (anche se egli lo nega), onesto (anche se non lo proclama), serio (come un culinot doc).

E queste due semplici coordinate mi hanno sospinto dritto dritto a Giorgio Ferigo che in questo libro mi è parso resuscitato in tutta la sua nota e amatissima figura letteraria: insomma un alter Georgius redivivo. Tutte le caratteristiche di Ferigo io le ritrovo in Agostinis, tranne che per due aspetti: l'ironia, caustica, sarcastica, beffarda in Giorgio, risulta garbata, leggera, amabile in Enrico; l'autoironia che è assente in Giorgio (perchè lui si prendeva sempre sul serio, a volte fin troppo!), appare costantemente sottotraccia in Enrico, il quale fa di questo tratto peculiare un quid distintivo, che lo rende certamente più umano e accostabile.

Ora del libro, la cui lettura non è stata sempre facile e piana ma che ha richiesto a tratti un impegno ed un'attenzione particolari. Il tema è COLLINA (frazione del Comune di Forni Avoltri) o meglio Culina Parva (Collinetta) e Culina Magna (Collina); la trattazione è suddivisa in tre grandi sezioni, ricche di note a piè pagina, alcune delle quali davvero singolari e indimenticabili:

1. LE ANIME: dopo alcune "pesanti" (ma essenziali e significative) pagine di non arida statistica, viene presentato un quadro analitico dei 30 cognomi del villaggio alpino, per ognuno dei quali vengono segnalati: l'anno di prima e ultima presenza in paese, il numero totale delle presenze in anagrafe, la frequenza sul totale ed il numero totale dei nuclei familiari relativi a quel cognome. Eccoli: Agostinis, Angeli, Barbolan, Bettan, Caneva, Carlevaris, Comeleani, De Bajarzo, De Prato, Del Fabbro, Del Regno, Di Corona, Di Qual, Di Sopra, Faleschini, Gaier, Gerin, Gerometta, Gortana, Lenardini, Mazzocoli, Migotti, Pascolin, Pellegrina, Puecher, Samassa, Sottocorona, Tamer, Tamussin, Toch, Tolazzi. I primi 3 più frequenti (Barbolan, Tamussin e Toch) raccolgono da soli quasi il 40% del totale. Di ogni cognome vengono annotati i rilievi più importanti ed i riferimenti storico-etimologici.

2. LE PIETRE: presenta e descrive tutte le case di Collina per ognuna delle quali si segnalano: numero della mappa allegata, evoluzione, nome prevalente, altre denominazioni, tipo di abitazione (attuale, ex abitazione, demolita). Di Collinetta (CP) sono censite 134 abitazioni; di Collina (CM) 264; inoltre sono citati 7 edifici pubblici. Spesso coesiste una importante inedita iconografia in B/N di fine '800 e inizio '900, che mostra angoli suggestivi dei due villaggi, fornita dal grande fotografo fornese Gino Del Fabbro requie.

3. NUCLEI FAMILIARI: sotto forma di schede (occupanti oltre 500 pagine ma allocate nel purgatorio di un CD-ROM non allegato al libro ma richiedibile dall'interessato) vengono qui ricostruiti 540 nuclei familiari in un arco di 400 anni (dal 1600 al 2000), quelli cioè derivanti dalle 30 famiglie più rappresentative, secolo dopo secolo, generazione dopo generazione, con il massimo grado di dettaglio... Praticamente 540 alberi genealogici lunghi 400 anni! Una cosa davvero pazzesca che solo un pazzo (o un innamorato) avrebbe potuto concepire!

Orbene, se questi grossi 3 capitoli possono interessare esclusivamente i culinots (stanziali e vieppiù i dispersi), si deve assolutamente dire che in questo libro si trovano delle squisite pagine di grandissima cultura e storia, scritte in maniera eccellente che, sole, meriterebbero l'onore di un libro a se stante (qualora fossero appena implementate e sviluppate) in grado di solleticare la curiosità e l'interesse quantomeno di tutti i cargnelli.

Già l'AVVERTENZA iniziale si configura con un primo assaggio, sul filo dell'ironia/autoironia, della scaltra bravura dell'autore che sa subito coinvolgere e soggiogare il lettore con un fraseggio brillante e sornione ma sempre impostato su toni allegramente confidenziali e accattivanti (mi ricordano un pò lo stile del geologo Corrado Venturini quando tratta di tettonica o di glaciazioni). La lunga nota sui Samizdat serve poi a delineare l'ambiente in cui l'autore si è trovato a lavorare durante tre lustri, un ambiente a volte positivo ed esaltante, a volte ostile o indifferente (simpri i solits cjarnei!), che tuttavia viene lumeggiato con innocentissima punta polemica priva di acredine (anche se con un minimo di residuale mestizia).
La vera INTRODUZIONE occupa quasi 4 pagine e presenta il grande lavoro svolto, i principi e i metodi seguiti, il taglio dell'opera, sempre in una forma di scrittura piacevole e precisa, specchio di una formazione culturale di alto livello ma non per questo incapace di parlare colloquialmente cu la int per veicolare concetti difficili ma essenziali.
La parte DESCRITTIVA (14 pagine) si articola in 5 formidabili capitoletti che riguardano specificamente l'universo di Collina ma che concentrano in sè (per estensione) il DNA della Carnia intera e meriterebbero ciascuno un ampio commento ed un ulteriore sviluppo:

- Tra storia e leggenda: nel 1196, da Tualis e Mieli... nasceva Collina.
- La storia: 1000-1180: rialzo termico... 1274: Culina Parva, Culina Magna... incremento demico, cavallette, peste...
- Il territorio: Ponte coperto... Sopraponti... viabilità, sentieri... isolamento...
- L'economia: orzo, segala, patate... nocciolo selvatico, canapa... boschi da remi... fieno, latte, vitelli... segherie...
- L'emigrazione: ogni anno, per 400 anni, da Collina se ne sono andate 2,5 persone...

In ognuna di queste particolari tematiche, l'autore riversa, con grande (ma non esibito) acume e con una simpatica nonchalance, piccoli ma significativi saggi del suo sapere e puntuali citazioni di documenti storici che impreziosiscono ulteriormente queste prime pagine del libro, le quali risultano davvero uniche e importanti, un ottimo seme per un'altra futura opera, magari di diverso taglio, magari affidata a qualcun altro.

Ottimo il capitoletto finale sulla Demografia (nati-morti-matrimoni), inizialmente non contemplato per questo libro, ricco di notizie inedite sugli andamenti demografici degli ultimi 400 anni a Collina (mancano inspiegabilmente i dati di 85 anni, quelli compresi tra 1719 e 1794, andati perduti in epoca ignota). Questo capitolo dal taglio chiaramente tecnico-scientifico (e non poteva essere altrimenti) è stato reso leggero e digeribile dalla sapiente penna dell'autore che ha saputo infondervi oculate dosi di considerazioni, deduzioni e riflessioni su:
gli andamenti stagionali delle nozze, la conseguente distribuzione mensile delle nascite, l'assenza di infanticidio femminile e dell'esposizione degli infanti, il costante rapporto maschi/femmine, la mortalità neonatale e infantile, il ruolo femminile in assenza degli uomini, i flussi migratori, le epidemie, il ciclo naturale di fertilità...

Il segno di tabellionato notarile di un famoso notaio di Rigolato del 1655, sigilla autorevolmente la quarta di copertina di questo prezioso lavoro che, sommessamente, meritava certamente una veste tipografica migliore e più adeguata (ma si sa, gli stampatori liguri sono sparagnini).

Dell'autore in generale mi hanno particolarmente colpito alcuni punti che fochettano assai bene la personalità del nostro, che definirei un "umile colto" o se volete un "dotto modesto":

pag. 31: "... compito cui non sono normalmente deputati i dilettanti quale chi scrive... Fare il mestiere d'altri è già cosa poco simpatica in generale e qui, più che altrove, foriera di brutte figure e pessimi giudizi... Proporre come farina del mio sacco semivuoto solo il minimo indispensabile... Per parte mia faccio sin d'ora ammenda di evantuali sventatezze e corbellerie prima ai lettori normali e poi agli esperti che avranno la bontà (o la cattiveria) di lanciare un'occhiata a queste righe..."
pag. 47: "...non esiste una branca dell'onomastica che si occupi espressamente dei nomi delle case e degli edifici... a nostro uso e consumo ecco pronto il termine: economastica, dal greco oikos-casa e onoma-nome..."
pag 120:
"...mandi grazie scusait e buino not"

Non intendo aggiungere altro, anche se sarei tentato di scrivere ancora parecchio su questo importante lavoro di Agostinis che, a mio sommesso avviso, rappresenta il paradigma ottimale di come si debba fare ricerca e cultura nei nostri paesi di Carnia, prima che spariscano, inghiottiti dal bosco o dalle nuove prossime invasioni umane "foreste"...
E, si badi bene, qui stiamo parlando semplicemente di Collina, isolato splendido spopolato villaggio sotto il monte Coglians, che tuttavia ha in Enrico Agostinis un grandissimo innamorato cantore e archivista-conservatore della sua storia!

"... Chissà se nemmeno ce l'ha una grande città?"

 

per contattare l'autore: [email protected]

 

 

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