ANGELI TERRIBILI

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Una nonna di Carnia concludeva spesso i suoi racconti con "A di une certe etât a si vîf di ricuarz"...

Gian Battista Barbacetto
(1952), detto Gianni, nato a Milano da genitori carnici di Ravascletto, giornalista de "Il fatto quotidiano" e autore di numerosi lavori di inchiesta, probabilmente è giunto all' quella età che indicava quella nonna: infatti ha voluto regalarsi/ci questo singolare libro che, prendendo l'abbrivio da reminiscenze autobiografiche della propria infanzia-fanciullezza-adolescenza, si inoltra nella intricata e ombrosa foresta della Resistenza partigiana in Carnia, ponendosi come punto di riferimento/appoggio la avventurosa vita dell'imprendibile e discusso partigiano comunista Cruchi (alias Amadio De Stalis di Ravascletto) la cui leggendaria epigrafe funeraria (peraltro mai ritrovata) recitava:

Qui giace Cruchi,
uomo iniquo e perverso,
pregare per lui è tempo perso
.

Al termine della lettura di questo libro godibile e gustoso (settembre 2018, Garzanti, euro16.60), ho avuto la immediata percezione di aver assaporato un ottimo classico minestrone carnico dove però, oltre ai tipici ingredienti di Carnia (per lo più derivati dai preziosi recenti lavori di storici locali come Giulio Del Bon "che non è sempre tenero con i rossi" pag. 85, e altri), sono confluiti anche altri elementi di varia o simile natura (strage di Porzûs, eccidio di Avasinis...) quando non di altro genere (il "formidabile '68", il terrorismo anni '70, la Gladio del dopoguerra...), il tutto condito da una robusta spruzzata di peperoncino rosso.
Un minestrone, si badi bene, che risulta assai appetitoso e stimolante per chi non conosce queste storie nostrane (e qui occorre ringraziare l'autore che, tramite la prestigiosa Garzanti, farà conoscere all'intera Italia le nostre recenti sconosciute tragedie) ma che per i carnici, che ne sono stati diretti o indiretti testimoni, costituisce un'altra rievocazione storica, filtrata questa volta attraverso la sensibilità e la peculiare visione di un giornalista di sinistra, che tuttavia si sforza di essere (e quasi sempre appare) equidistante e autorevole.

La narrazione autobiografica (che occupa molte pagine inziali e poi occhieggia solo sporadicamente) mi è parsa sublime e caldamente evocativa sia dell'ambiente milanese degli anni '50-'60 che di quello carnico del medesimo periodo, quando le differenze tra questi due mondi erano profondissime e spesso incolmabili. E Gianni che scorazza sui prati di Ravascletto o resta chiuso nell'abbaino sognante di Milano, ci restituisce vivida una memoria del temporis acti ormai sbiadita e quasi evanescente che va a recuperare perfino storie antiche di cramârs, di nobili di Prun (quorum Gustavo da Riu), di emigranti, di grandiosi imprenditori carnici, di Luzia di Bosc, di Gori...

Fin dalle prime pagine storiche, sorge però nel lettore una domanda: è storia o è un romanzo storico o è una storia romanzata? Propenderei per l'ultima ipotesi, sorretta peraltro da una precisa constatazione: l'impianto scenico generale è assolutamente storico, i dettagli interni appaiono sovente inventati o ipotizzati: su tutti, per esempio, l'indimostrato incontro tra il partigiano osovano "tenente o capitano" Francesco De Gregori (zio dell'omonimo cantatutore, poi ucciso realmente a Porzûs dai partigiani comunisti) e la partigiana comunista carnica Gisella De Crignis, alla presenza del leggendario Cruchi, nell'albergo Valcalda di Ravascletto l'11 novembre 1943...
Tuttavia i fatti salienti vengono narrati con sufficiente accuratezza (anche se sull'eccidio di Avasinis o sulla strage di Ovaro avrei voluto leggere qualcosa di più approfondito, considerando che la letteratura recente ha affrontato sistematicamente questi due episodi in maniera analitica spazio/temporale).

Si tratta di un tentativo, assai ben riuscito, di coniugare la Storia con le storie, attraverso un percorso autobiografico che, carsicamente, emerge per appuntare una considerazione per poi subito scomparire per lasciare spazio alla narrazione, dove il partigiano Cruchi rappresenta il filo rosso invisibile di tutto il racconto anche quando gli avvenimenti sono altri e altrove...

Mi sentirei di indicare qualche "imprecisione" (Jacopo Linussio non è nato a Povolâr ma a Paulâr, altro paese altra valle... pag 45; la Repubblica Libera della Carnia non dura 69 giorni ma solo dal 26 settembre 1944 al 10 ottobre 1944; nessuno nella Valle del But ritiene che le stragi di Promosio siano state effettuate dai partigiani comunisti ma è del tutto asseverato che gli autori furono tedeschi e italiani travestiti da partigiani rossi... pag 94; qualche eccessiva ripetizione...) che tuttavia nulla toglie all'economia di questo importante lavoro di sintesi storica ed autobiografica.

 

Anche Laura Matelda Puppini ha largamente e abbondantemente recensito questo libro nel suo blog Nonsolocarnia

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